Giacinto Scelsi, la musica e l’Oriente

Giacinto Scelsi, la musica e l’Oriente

Una poetica dell’attraversamento

di Antonio De Lisa


Sembra per molti versi giunto il momento di ascoltare in maniera circostanziata l’opera compositiva di Giacinto Scelsi (1905-1988) al di fuori di schemi precostituiti, che ne hanno determinato la condanna e l’esclusione nel primo trentennio del secondo dopoguerra o – per lo più sulla stessa base, ma con segno rovesciato, in polemica cioè col rigorismo neo-seriale – la riscoperta e il rilancio, prima in circoli ristretti, poi via via più larghi, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, fino ad oggi. In entrambre le prospettive – l’esclusione o l’esaltazione, talvolta acritica – l’opera di Scelsi rischierebbe di non poter fuoriuscire dal cerchio di gravità che relega ai margini piccole o grandi figure di “irregolari”, “outsider” e “isolati” che hanno costellato o costeggiato la via delle avanguardie alternative del Novecento.

Il momento sembra appunto propizio al sereno riconoscimento in sede storiografica che quelle figure sono parti, costitutive oltre che integranti, di questo secolo. Ne citiamo alcune per sottolineare la portata anche qualitativa del fenomeno, non certo per accomunarle sotto un’unica etichetta, errore dal quale dovranno guardarsi quegli studiosi che ne vogliano intraprendere – si spera al più presto – lo studio in un quadro complessivo: Carrillo, Ruggles, Cowell, Wyschnegradsky, Hàba, Partch, Lourié, Obuchov, Nancarrow. Da questo orizzonte non dovrebbero mancare Ives, Varèse e Cage, ma qui siamo già su un terreno più conosciuto. Sono figure estremamente differenziate, ma si può scorgere nella maggior parte di queste un filo rosso che, in qualche modo, le collega e che in una primissima approssimazione si può circoscrivere nel concetto di “sperimentalismo motivato metafisicamente”.

Lo spazio sonoro tradizionale è stato sottoposto da molti di questi compositori a una tensione estrema, tuttavia perderemmo una parte essenziale dei motivi essenziali di questa tensione se la definissimo solo in senso “utopico” (come rivolta contro la tradizione della musica occidentale) e non capissimo che per molti versi si tratta di una tensione “ucronica”, come utopia del tempo oltre che dello spazio. Si vuol dire che molti di questi compositori tendono a inscriversi in un orizzonte mitico, nel tentativo di non dimenticare o di ribadire – accanto o a margine del modernismo, del “novecentismo”, delle “avanguardie” storiche, della razionalizzazione dei materiali – l’universo simbolico delle origini della musica: quello del timbro poli-ritmico, che è un mito di creazione. Da qui l’attenzione alle profondità del suono, la discesa nelle zone infere della natura naturans, l’attraversamento dell’universo vibratile (il continuo frequenziale e le pulsazioni ritmiche) di quello che chiamiamo cosmo acustico.

Detto ciò bisogna comunque motivare in che misura il caso Scelsi faccia, d’altra parte, storia a sé, come una stringata introduzione all’opera che ascolteremo in questa occasione,  Aion.

“Giacinto Scelsi – ha scritto Robin Freeman in un poetico ritratto biografico – ultimo conte d’Ayala Valva (…) morì a Roma il 9 agosto 1988 a ottantatre anni per i postumi di un ictus provocato dalla soffocante estate romana (…) Dopo il terremoto napoletano del 1980 che distrusse l’acropoli medievale di Valva insieme al castello di famiglia e la sua biblioteca, Scelsi disse con rassegnata ironia: ‘crolla il castello, crolla il padrone’. Quelli fra noi che lo conobbero nei suoi ultimi anni ricordano soprattutto l’esile figura – seduta su un divano sotto i due ritratti da Dalí regalati ad Eluard come dono di nozze – impegnata in una ironica e a volte stizzosa battaglia col mondo e con la vecchiaia in quella casa surriscaldata di fronte al foro romano (…) Durante la sua vita Scelsi rifiutò sempre di essere fotografato, fece del suo meglio per evitare note di programma divulgative e diede informazioni sulla sua storia soltanto quando si lasciava andare alla presenza di persone per le quali sentiva una simpatia particolare (…) Nell’unico brandello di biografia sanzionata Scelsi dice di aver trascorso la sua infanzia nel castello di Valva dove studiò latino, scherma e scacchi. Ciò che non racconta di questo periodo è che passava molto tempo a improvvisare al pianoforte. A Heinz-Klaus Metzger, il musicolgo tedesco, spiegò che solo quando era così assorto sua madre poteva pettinarlo”.[1]

E’ facile capire la trama letteraria che si cela dietro quest’impressione del musicologo tedesco Metzger, che ha fatto epoca, con i richiami al  personaggio dei Buddenbrock di Thomas Mann. Questo è un motivo che ci tornerà buono: Scelsi, ignorato dalla “meschineria” degli italiani, “tirato” da tutte le parti in Germania e in Francia. Anzi, forse si deve alla curiosità dei giovani compositori francesi a Villa Medici, un Tristan Murail, un Grisey, la scoperta in senso compositivo e “spettrale” di Scelsi, prima del rilancio musicologico operato in Germania. Ma che cosa ci colpisce di questo portrait , molto inglese, di artista da vecchio? Di che cosa è il segno questo ritratto? Dell’assorbimento, forse, della solitudine. Ma, soprattutto: di un attraversamento. Allora quei due ritratti di Dalí regalati ad Eluard – dalla cornice a forma di profilo maschile e femminile affrontati – ci parlano più del castello meridionale (quanto distante dal castello di Carlo Gesualdo, principe di Venosa?) in cui Scelsi ha passato l’infanzia.

L’attraversamento dei territori euro-colti (francesi e austro-tedeschi) operata da Scelsi è rivelativo della sua “riscoperta” e rilancio [2] da parte forse di chi poteva capirlo prima perché lo stesso, anti-italiano Scelsi parlava quella lingua (“Les italiens ne sont que fichus matérialistes, je ne vis, moi, que pour la trascendence”). Una volta tanto la Rezeptiongeschichte della figura di un compositore aiuta a capire un aspetto essenziale dell’opera e dell’universo simbolico di quel compositore. Se non che la cornice che contiene tutto ciò ha le forme, aristocratiche e isolate, di un castello meridionale, come appunto quello del principe dei musici, un altro grande innovatore vissuto più di tre secoli prima; ma questa è un’altra storia.

Prima di parlare dell’ Oriente scelsiano – della sua “Mongolia interiore”, come ha scritto suggestivamente Murail – dovrebbe esser necessario scandagliare il sottofondo dell’attraversamento surrealistico nel periodo parigino di Scelsi, dei contemporanei studi esoterici, del suo apprendistato compositivo,  cui si può solo accennare in questa sede. Se, infatti,  non troviamo la chiave di questo attraversamento smarriamo il senso dell’”essere attraversato” che – pieno di premonizioni negli anni Quaranta (la grande cantata La nascita del Verbo è del 1948)-  a partire dal ’52 e ancor di più dai Quattro pezzi (ciascuno su una nota sola) del 1959, per orchestra da camera,[3] permeerà la traiettoria compositiva di Scelsi.

“Il periodo più difficile da studiare – ha scritto Adriano Cremonese – nell’evoluzione artistica di Giacinto Scelsi è proprio quello della sua formazione e dell’iniziale emergere di un pensiero musicale. Qui i dati biografici, solitamente di una scabra essenzialità, si riducono all’unica certezza che Scelsi, senza probabilmente seguire un curriculum regolare di studi, ha portato a termine a Roma gli studi di composizione, presumibilmente tra il 1925 e il 1930, sotto la guida di Giacinto Sallustio, uno dei più insigni maestri del tempo (…) Scelsi cresce nel clima musicale determinato dalla ‘generazione dell’Ottanta’ (…) Come un po’ tutti i giovani compositori dell’epoca in Italia, anch’egli compie le sue prime prove nel genere della lirica per voce e pianoforte coi Tre canti di primavera del 1933 su poesie di Sibilla Aleramo e, in modo ancor più significativo, coi Tre canti, sempre del 1933, su versi del Poema paradisiaco di G. D’Annunzio” [4]

Un inizio apparentemente convenzionale, tra Respighi e Casella, tra neoclassicismo “latino” e suggestioni dannunziane. Ma già il quadro appare screziato all’apparire della prima opera significativa di Scesi. In riferimento a “Rotativa, poema sinfonico per 3 pianoforti, ottoni e percussioni del 1929, che rinvia direttamente alla ‘musica sulla macchina’ di derivazione futurista, a Pacific 231 di Honegger, alle Fonderie d’acciaio di Mossolov, al Ballet mécanique di George Antheil, il fatto che la prima esecuzione assoluta sia avvenuta a Parigi sotto la direzione di Pierre Monteaux (2O dicembre 1931) e sia stata ripresa in Italia solo qualche anno dopo, indicano come Scelsi, segnalato dalla critica francese come uno dei più giovani compositori della Scuola contemporanea italiana fosse lontano dall’essere unicamente immerso in un clima italiano”. [5]

Spostandoci appena un po’ più avanti, “dalla sua scarna biografia sappiamo (…) che a Ginevra Egon Köhler lo iniziò al sistema compositivo di Skrjabin, che esercitò su di lui un fascino profondo, e che negli anni 1935-36 fu a Vienna a studiare la dodecafonia sotto la guida di Walter Klein, un allievo di Schönberg, ma avendo in Berg il proprio riferimento ideale. Questo doppio, marcato interesse per Skrjabin e Berg segna, nel percorso compositivo di Scelsi, la rottura con il clima e il dibattito culturale italiano degli anni ’30-’40″. [6] Anni in cui Casella predicava la “resistenza italiana alla sirena d’oltralpe”, l’impressionismo francese. In questo torno di tempo Scelsi avrà modo di entrare in contatto con ben altre esperienze, conoscerà Henri Michaux, Salvator Dalì, Pierre Jean Jouve; e non farà ritorno in Italia che agli inizi degli anni ’50.

Aion , “Quattro episodi di una giornata di Brahma”, per 6 percussionisti, timpanista e orchestra,1961, (eseguita per la prima volta a Colonia nell’ottobre del 1985) fa parte delle grandi pagine della piena maturità di Scelsi, a partire dai  Quattro pezzi (ciasuno su una nota sola) , per orchestra da camera, del 1959[7], che presentano una grande varietà di scelte orchestrali. [8]

L’ondiola di Scelsi

Ad Aion l’autore ha sotteso un “programma”, si tratterebbe di “quattro episodi in una giornata della vita di Brahma”. Brahma – il cui nome significa etimologicamente “essere immenso” e che deriva dal tema nominale sanscrito brahman, designante il principio spirituale assoluto e indifferenziato – è la prima divinità della triade indù (insieme a Visnu e Siva). Gli è stata attribuita l’origine del mondo, essendogli state conferite le caratteristiche del “creatore”, dato che rappresenta il momento di equilibrio fra la forza che conserva l’universo in esistenza (Visnu) e quella che tende al contrario al suo annientamento (Siva). Brahma, come ordinatore del cosmo,  è rappresentato con quattro volti che guardano  verso le quatto direzioni dello spazio, simboli dei quattro Veda, o dei quattro varna, o delle quattro età del mondo. Reca in mano un karmandalu (vaso d’acqua per le abluzioni) e cavalca un’ oca selvatica (hamsa). Scaturita dall’idea di un essere immenso concepito come “embrione d’oro” (Hiranya-garbha) o come “protettore-signore dell’umana progenie” (Prajapati), la figura di Brahma comincia a delinearsi all’epoca delle Upanisad. La sua vita – come quella di tutte le divinità indu – non è eterna, ma ha una durata, sia pure immensa nel tempo. Nasce all’inizio di ogni mahakalpa (“grande era cosmica”), poi comincia a recitare i Veda, enunciando così i principi di verità che costituiscono la norma di una nuova manifestazione del mondo.[9]

Da un punto di vista compositivo l’orchestrazione di Aion ritaglia uno spazio timbrico peculiare (con i legni  senza flauti, diciassette ottoni, un timpanista e sei percussionisti, un’ arpa e una sezione di archi ridotta, senza violini, con una viola, quattro violoncelli e quattro contrabbassi) che si tende per quattro movimenti a rappresentare in una ventina di minuti la quintessenza di un frammento di tempo ai limiti dell’immaginazione.  La prima sezione, che  ha un respiro sinfonico, è la più lunga in estensione e la meno compatta nella sua mobilità su diverse note perno, da fa a sol diesis. I due movimenti centrali sembrano possedere ciascuno una figurazione ad arco: nel secondo – che inizia e finisce col primo violoncello all’inizio in fa3 e alla fine in fa4 - si riscontra, dopo la messa in scena di una costellazione pulviscolare microtonale intorno al fa,  un elemento verticale tipico di Scelsi: la conclusione  si presenta con due ottave vuote che si incrociano in un punto di intersezione microtonale, mi2 quarto di tono sopra, mi3 quarto di tono sopra: prima ottava; fa3 (un quarto di tono sopra il mi3 innalzato, qui è il punto di intersezione), fa4: seconda ottava. Il terzo movimento, orchestrato intorno al mi, si conclude con tre pulsazioni accordali omoritmiche su un basso di mib1 retto da fagotto, controfagotto, tromboni e tube, con la saturazione di una seconda minore nell’ottava centrale: mi due quarti di tono sotto (mib3), mi3 un quarto di tono sotto, mi3 naturale interpretati da corni, primi tromboni e prime due tube, con l’estensione all’ottava dell’oboe e della tromba in mi4 e del corno inglese in mib4. Sono elementi significativi della concezione del “vuoto intervallare” di Scelsi, che in un certo senso annulla in questo modo il concetto stesso di “armonia” senza sfociare in un costruttivismo dissonante. Una via tutta sua, con arcani rimandi a tradizioni antiche. L’ultima sezione riprende qualche elemento della prima, come la reiterazione di un frammento orizzontale che si distende per diverse battute e chiude, come la prima,  sul sol diesis. Si ribadisce un procedimento compositivo sostanzialmente circolare.

Aion si pone per molti versi come la trasfigurazione musicale in senso cosmico dello “sperimentalismo metafisico” di Scelsi. Siamo qui infatti al cuore del suo nucleo teoretico, la cui incomprensione o mistificazione ha prodotto non pochi (e inutili) rituali polemici sull’autenticità della sua musica. Sta di fatto che la sua musica, per come la conosciamo, non poteva che essere così, dato il legame indissolubile tra quelle “scelte formali” e l’universo metafisico dell’autore, che in Aion si fa scoperto.

Il richiamo all’esperienza del brahman è rivelativo. “Tutto questo [universo] è in effetti il brahman“, recita un’affermazione della Chandogyopanisad, con una trasparente allusione al fondamento ultimo di tutto, ciò di cui ogni essere è fatto: l’Essere in quanto tale (Sat, lett. “l’Ente”). L’identificazione con l’atman, il puro soggetto, è decisiva: l’uomo è chiamato a riconoscere il fondamento della propria esperienza, la nuda coscienza testimone degli eventi mentali, come formante tutt’uno con il fondamento di tutto. L’Essere, in questa prospettiva, è inattingibile dal linguaggio e dal pensiero: esso si presenta come il “né così, né così” (Neti neti), raggiungibile solo attraverso la negazione di ogni modalità determinata e di ogni nome e forma. Da qui all’annullamento nominale e formale delle strutture musicali della tradizione, nell’opera di Scelsi, il passo è breve; come pure è comprensibile come egli tenti di sottrarsi a ogni altra incipiente tradizione, anche se avversa ma basata sulle stesse categorie (in particolare quelle che fanno capo a un concetto dialettico di tensione). In questo modo non  fa scandalo trovare nella musica scelsiana, insieme,  le ottave e i quarti di tono (la massima conferma  e la  minima soglia della diffrazione dello spazio prospettico temperato della musica occidentale); in questo modo si capiscono gli scivolamenti microtonali, i glissandi sospesi, la scoperta della profondità del suono nella bidirezionalità degli armonici, la pulviscolarità micromelodica e microritmica dei battimenti; si spiegano anche il “vuoto intervallare” e la circolarità formale.

Scelsi usava dire che per capire la sua vita e la sua musica bastava vedere dove abitava, nei pressi del Foro romano. Da lì passava il confine tra occidente e oriente. Uno dei sensi possibili di questa affermazione risiedono nei due punti in cui siamo andati articolando questo discorso: l’affermazione del “né così, né così” fino all’”annullamento della presa” (l’inattingibilità dell’essere se non attraverso la sua pulsione ritmico-onirica) vissuta (intuita, forse) attraverso le esperienze euro-colte del Surrealismo e sfociate  nell’adesione al respiro orientale del brahman.

Antonio De Lisa

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Ascolti

Note

[1] R. Freeman,”Tanmatras: vita e opera di Giacinto Scelsi”, in  Tempo, n. 176, marzo 1991, Londra, ora anche in P. A. Castanet – N. Cisternino (a cura di), Giacinto Scelsi. Viaggio al centro del suono, Luna Editore, La Spezia 1993, p. 91-109. Si veda anche Heinz-Klaus Metger, “Das Unbekannte in der Musik. Versuch  über die Kompositionen von Giacinto Scelsi”, in Musik-Konzepte, N. 31, maggio 1983, München, tr. it. “L’ignoto nella musica. Approccio alle composizioni di Giacinto Scelsi”, in Adriano Cremonese (a cura di), Giacinto Scelsi, Nuova Consonanza-Le parole gelate, Roma 1985.

[2] Ai Ferienkurse für Neue Musik di Darmstadt del 1982; poi con il concerto d’inaugurazione del Festival internazionale della SIMC nel 1987.

[3] Si veda l’analisi di G. Castagnoli, “Suono e processo nei ‘Quattro pezzi per orchestra (ciascuno su una nota sola) (1959)’ di Giacinto Scelsi”, in Quaderni di Musica Nuova, a cura di G. Castagnoli, n. 1, Compositori Associati, Torino 1987.

[4] A. Cremonese, Giacinto Scelsi. Prassi compositiva e riflessione teorica fino alla metà degli anni ’40,  Quaderni perugini di Musica Contemporanea, Ed. L’Epos, Palermo 1992, p. 9.

[5] ibidem, p. 10.

[6] ibidem, p. 21.

[7] Hurqualia , “Un Regno differente”, 1960, (eseguita per la prima volta ad Amsterdam nel giugno 1986);  Chukrum, per orchestra d’archi, 1963; Hymnos, per organo e due orchestre, 1963, (eseguita per la prima volta ad Angers nel settembre 1985); Anahit – Poema lirico dedicato a Venere, per violino e 18 strummentisti, 1965;Uaxuctum – La leggenda della città Maya distrutta da essi stessi per ragioni religiose, per 7 percussionisti, timpanista, coro e orchestra,1966, (eseguito per la prima volta a Colonia nel 1985); Konx-Om-Pax – Tre aspetti del Suono: come primo movimento dell’Immutabile; come Forza Creatrice; come la sillaba “Om”(1968/69); e Pfhat (1974) – “Un lampo… e il cielo si aprì”, per coro, organo (3 tastiere) e orchestra (Francoforte, febbraio 1986).

[8] “Solamente Hymnos e Konx-Om-Pax richiedono l’orchestra al completo, mentre le altre quattro richiedono solo archi gravi (in Uaxuctum solo i contrabbassi). Sono invece in generale ampiamente rappresentati gli ottoni – in particolare quelli gravi (tromboni, tube e percussioni); Hymnos, Konx-Om-Pax e Pfhat necessitano inoltre dell’organo. Hymnos è in un solo movimento mentre Uaxuctum ne comprende cinque, Konx-Om-Pax tre e gli altri brani quattro. Le durate variano dai nove minuti di Pfhat ai venticinque di Aion“, H. Halbreich, “Analisi di Konx-Om-Pax”, in Dissonanz-Dissonance, N. 19, Zürich, febbraio 1989, ora anche in  P. A. Castanet – N. Cisternino (a cura di), Giacinto Scelsi…., op. cit. p. 184-197.

[9] Si confronti anche quanto scrive Marius Schneider: “Secondo i Vedanta, sul piano acustico – l’Akasa delle Upanishad, limitrofo all’Atman – si propaga il ritmo iniziale per mezzo del suono diffuso della sillaba Om, che comprende tutto il cosmo a, u, m, e che si va dividendo in a, e, i, o, u, m. Su questo piano, devono formarsi anche i suoni musicali, sebbene i loro timbri (=materiale) siano ancora assai poco differenziati. Come i quattro esseri mistici posti fra due elementi, così ogni suono sembra situarsi fonicamente fra due vocali determinate. Da questo piano iniziale i ritmi acustici devono propagarsi progressivamente verso i primi piani paralleli sotto la forma di sillabe determinate, di varie risonanze mistiche, di timbri musicali e di un linguaggio di ritmi puri. Questa manifestazione dei ritmi iniziali deve essere una specie di linguaggio di tamburo emesso dai due tamburi corrispondenti alle due ultime risonanze della tradizione bramanica. Penetrando a poco a poco in tutti gli altri piani inferiori (cerchi concentrici esterni), queste forme ritmiche creano il mondo materiale”, in M. Schneider, El origen musical de los animales-símbolos en la mitología y la escultura antiguas, Barcelona 1946, tr. it. G. Chiappini, Gli animali simbolici e la loro origine musicale nella mitologia e nella scultura antiche, Milano, 1986, p. 139-140.

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I poeti occidentali e l’oriente: S.T. Coleridge – Kubla Khan (1797) (English and Italian)

Samuel Taylor Coleridge

Kubla Khan (1797)

Preface of 1816

Kubla Khan was published in 1816, with the following

Author’s Preface:

“In the summer of the year 1797, the Author, then in ill health, had retired to a lonely farm-house between Porlock and Linton, on the Exmoor confines of Somerset and Devonshire. In consequence of a slight indisposition, an anodyne had been prescribed, from the effects of which he fell asleep in his chair at the moment that he was reading the following sentence, or words of the same substance, in Purcha’s Pilgrimage: ‘Here the Khan Kubla commanded a palace to be built, and a stately garden thereunto. And thus ten miles of fertile ground were inclosed with a wall.’ The author continued for about three hours in a profound sleep, at least of the external senses, during which time he has the most vivid confidence that he could not have composed less than from two to three hundred lines; if that indeed can be called composition in which all the images rose up before him as things, with a parallel production of the correspondent expressions, without any sensation or consciousness of effort. On awaking he appeared to himself to have a distinct recollection of the whole, and taking his pen, ink, and paper, instantly and eagerly wrote down the lines that are here preserved. At this moment he was unfortunately called out by a person on business from Porlock, and detained by him above an hour, and on his return to his room, found, to his no small surprise and mortification, that though he still retained some vague and dim recollection of the general purport of the vision, yet, with the exception of some eight or ten scattered lines and images, all the rest had passed away like the images on the surface of a stream into which a stone has been cast, but, alas! without the after restoration of the latter! . . .

Yet from the still surviving recollections in his mind, the Author has frequently purposed to finish for himself what had been originally, as it were, given to him . . . but the tomorrow is yet to come.

Note: This fragment with a good deal more, not recoverable, composed, in a sort of Reverie brought on by two grains of Opium taken to check a dysentery, at a Farm House between Porlock & Linton, a quarter of a mile from Culbone Church, in the fall of the year 1797.”

Kubla Khan

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:
Where Alph, the sacred river, ran
Through caverns measureless to man
Down to a sunless sea.

So twice five miles of fertile ground
With walls and towers were girdled round:
And there were gardens bright with sinuous rills,
Where blossomed many an incense-bearing tree;
And here were forests ancient as the hills,
Enfolding sunny spots of greenery.

But oh! that deep romantic chasm which slanted
Down the green hill athwart a cedarn cover!
A savage place! as holy and enchanted
As e’er beneath a waning moon was haunted
By woman wailing for her demon-lover!
And from this chasm, with ceaseless turmoil seething,
As if this earth in fast thick pants were breathing,
A mighty fountain momently was forced:
Amid whose swift half-intermitted burst
Huge fragments vaulted like rebounding hail,
Or chaffy grain beneath the thresher’s flail:
And ‘mid these dancing rocks at once and ever
It flung up momently the sacred river.
Five miles meandering with a mazy motion
Through wood and dale the sacred river ran,
Then reached the caverns measureless to man,
And sank in tumult to a lifeless ocean:
And ‘mid this tumult Kubla heard from far
Ancestral voices prophesying war!

The shadow of the dome of pleasure
Floated midway on the waves;
Where was heard the mingled measure
From the fountain and the caves.
It was a miracle of rare device,
A sunny pleasure-dome with caves of ice!

A damsel with a dulcimer
In a vision once I saw:
It was an Abyssinian maid,
And on her dulcimer she played,
Singing of Mount Abora.
Could I revive within me
Her symphony and song,
To such a deep delight ‘twould win me
That with music loud and long
I would build that dome in air,
That sunny dome! those caves of ice!
And all who heard should see them there,
And all should cry, Beware! Beware!
His flashing eyes, his floating hair!
Weave a circle round him thrice,
And close your eyes with holy dread,
For he on honey-dew hath fed
And drunk the milk of Paradise.

Kubla Khan fece in Xanadù
Un duomo di delizia fabbricare:
Dove Alfeo, sacro fiume, verso un mare
Senza sole fluiva giù
Per caverne che l’uomo non può misurare.
Per cinque e cinque miglia di fertile suono
Lo circondò con torri e mura;
C’erano bei giardini, ruscelli sinuosi,
Alberi da incenso in fioritura;
C’erano boschi antichi come le colline
E assolate macchie di verzura.

Ah quel romantico abisso che sprofondava
Obliquo la verde collina in un folto di cedri!
Luogo selvaggio! Luogo santo e fatato
Quale fu mai visitato a una luna calante
Da una donna in sospiri per il suo dèmone amante!
E dall’abisso, fremente in continuo tumulto,
Quasi scotesse la terra un cupo affanno di palpiti,
Una possente fontana d’un tratto sprizzò:
E tra i suoi scrosci semintermittenti
Balzavano enormi frammenti come di grandine
O di grano che salta battuto dal battitore:
E in questa danza di pietre-cristalli
Il fiume sacro nasceva improvviso.
Per cinque miglia serpeggiando fluiva
Il fiume sacro fra boschi e piccole valli,
Giungeva a caverne che l’uomo non può misurare,
Poi sfociava in tumulto a un oceano senza vita:
E nel tumulto Kubla udì le voci remote
Degli antenati che predicavano guerra!

L’ombra del duomo di delizia
Fluttuava sull’acqua a mezzo via,
Dove si confondeva il ritmo sovrapposto
Della fontana e delle grotte.
Era un prodigio di rara maestria:
Antri di ghiaccio e cupola solatìa

Una fanciulla con salterio
Io vidi in una visione:
Era una giovane Abissina
E col suo salterio sonava,
Del Monte Abora cantava.
Potessi in me resuscitare
Quel suo canto e melodia,
Vinto di gioia ne sarei,
Di piena musica nell’aria
Quel duomo anch’io fabbricherei,
Quelle grotte di ghiaccio, la cupola di sole!
E ognuno che ascoltasse li vedrebbe,
Tutti gridando: attento! Attenti!
I suoi occhi di lampo, le sue chiome fluenti!
Fargli tre volte intorno un cerchio,
Chiudi gli occhi con santo timore,
Perché con rugiada di miele fu nutrito
E bevve latte di paradiso.

(S.T.Coleridge- Kubla Khan 1797)

Il sogno di Coleridge

Jorge Luis Borges

Il frammento lirico Kubla Khan (oltre cinquanta versi rimati e irregolari, di prosodia squisita) fu sognato dal poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, in uno dei giorni dell’estate del 1797. Coleridge scrive che s’era ritirato in una tenuta nel territorio di Exmoor; una indisposizione l’obbligo’ a prendere un sonnifero; il sonno lo vinse poco dopo la lettura di un passo di Purchas, che narra l’edificazione di un palazzo da parte di Kublai Khan, l’imperatore la cui fama occidentale fu innalzata da Marco Polo. Nel sogno di Coleridge, il testo casualmente letto prese a germinare e a moltiplicarsi; l’uomo che dormiva intuì una serie d’immagini visuali e, semplicemente, di parole che le manifestavano; di lì a qualche ora si svegliò, con la certezza di aver composto, o ricevuto in dono, un poema di forse trecento versi. Li ricordava con singolare nitidezza e poté trascrivere il frammento che rimane nelle sue opere. Una visita inattesa lo interruppe e gli fu impossibile, in seguito, ricordare il resto. “Scopersi, con non piccola sorpresa e mortificazione,” racconta Coleridge, “che sebbene ritenessi in modo vago la forma generale della visione, tutto il rimanente, tranne otto o dieci righe isolate, era sparito come le immagini sulla superficie di un fiume nel quale si getta una pietra, ma, ahime’, senza la successiva ricostituzione di quelle.” Swinburne giudicò che quanto era stato salvato era il più alto esempio della musica dell’inglese e che l’uomo capace di analizzarlo avrebbe potuto (la metafora e’ di John Keats) sciogliere i fili di un arcobaleno. Le traduzioni o esposizioni di poemi la cui virtù fondamentale è la musica sono vane e possono riuscire dannose; basti ricordare, per ora, che a Coleridge fu concessa, -in sogno-, una pagina d’indiscusso splendore. Il caso, benché straordinario, non è unico. Nello studio psicologico “The world of dream”, Havelock Ellis lo ha paragonato a quello del violinista e compositore Giuseppe Tartini, il quale sognò che il Diavolo (suo schiavo) eseguiva sul violino una prodigiosa sonata; il sonatore, una volta sveglio, trasse dal suo imperfetto ricordo il Trillo del Diavolo. Un altro classico esempio di cerebrazione incosciente è quello di Robert Louis Stevenson, al quale un sogno (come egli stesso ha narrato nel suo Chapter on dreams) dette l’argomento di “Olalla” e un altro sogno, nel 1884, quello di Jekyll e Hyde. Tartini volle imitare, desto, la musica di un sogno; Stevenson ricevette dal sogno argomenti, cioè forme generali; piu’ affine all’ispirazione verbale di Coleridge è quella che Beda il Venerabile attribuisce a Caedmon (Historia ecclestiastica gentis Anglorum, IV, 24). Il caso avvenne alla fine del secolo VII, nell’Inghilterra missionaria e guerriera dei regni sassoni. Caedmon era un rozzo pastore, non più giovane; una notte, fuggì da una festa perché capì che gli avrebbero offerto l’arpa, e si sapeva incapace di cantare. Si sdraiò a dormire nella stalla, tra i cavalli, e nel sonno qualcuno lo chiamò per nome e gli ordinò di cantare. Caedmon rispose che non sapeva, ma l’altro gli disse: “canta il principio delle cose create.” Caedmon, allora, disse versi che non aveva mai uditi. Non li dimenticò, sveglio che fu, e poté ripeterli davanti ai monaci del vicino monastero di Hild. Non apprese a leggere, ma i monaci gli spiegavano passi della storia sacra ed egli “li ruminava come un animale e li convertiva in versi dolcissimi, e in tal modo cantò la creazione del mondo e dell’uomo e tutta la storia del Genesi e l’esodo dei figli di Israele e il loro ingresso nella terra promessa, e molte altre cose della Scrittura, e l’incarnazione, passione, resurrezione e ascensione del Signore, e la venuta dello Spirito Santo e l’insegnamento degli apostoli, e anche il terrore del Giudizio Finale, e l’orrore delle pene infernali, le dolcezze del cielo e le mercedi e i giudizi di Dio”. Fu il primo poeta sacro della nazione inglese;”nessuno lo uguagliò,” dice Beda, “perché non apprese dagli uomini ma da Dio.” Anni dopo, profeto’ l’ora in cui sarebbe morto e l’aspettò dormendo. Speriamo che abbia incontrato nuovamente il suo angelo. A prima vista, il sogno di Coleridge corre il rischio di sembrare meno prodigioso di quello del suo precursore. Kubla Khan è una composizione ammirevole e i nove versi dell’inno sognato da Caedmon non presentano quasi altra virtù che la loro origine onirica, ma Coleridge era già poeta, mentre a Caedmon fu rivelata una vocazione. C’è, tuttavia, un fatto successivo, che magnifica fino all’insondabile la meraviglia del sogno nel quale fu generato Kubla Khan. Se questo fatto è vero, la storia del sogno di Coleridge è anteriore di molti secoli a Coleridge e non ha toccato ancora la sua fine. Il poeta sognò nel 1797 (altri vogliono nel 1798) e pubblicò il suo racconto del sogno nel 1816, a guisa di glossa o giustificazione del poema incompiuto. Venti anni dopo, apparve a Parigi, frammentariamente, la prima versione occidentale di una di quelle storie universali di cui è tanto ricca la letteratura persiana, il Compendio di Storie di Rashid ud-Din, che data dal secolo XIV. In una pagina vi si legge: “Ad est di Shang-tu, Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in un sogno e che serbava nella memoria.” Chi scrisse questo era visir di Ghazan Mahmud, che discendeva da Kublai.
Un imperatore mongol, nel secolo XIII, sogna un palazzo e lo edifica conformemente alla visione; nel secolo XVIII, un poeta inglese che non poteva sapere che la fabbrica era nata da un sogno, sogna un poema sul palazzo. Confrontate con questa simmetria, che opera con anime di uomini dormienti e abbraccia continenti e secoli, niente o ben poco sono, mi pare, le levitazioni, resurrezioni e apparizioni dei libri pietosi. Quale spiegazione preferiremo? Coloro che in partenza rifiutano il soprannaturale (io mi sforzo, sempre, di appartenere a questo gruppo) giudicheranno che la storia dei due sogni è una coincidenza, un disegno tracciato dal caso come le forme di leoni o di cavalli che a volte configurano le nubi. Altri argomenteranno che il poeta aveva saputo in qualche modo che l’imperatore aveva sognato il palazzo e disse di aver sognato il poema per creare una splendida finzione che servisse a mascherare o giustificare i versi tronchi e rapsodici.(1)  Tale congettura è verosimile, ma ci costringe a postulare, arbitrariamente, un testo non identificato dai sinologi nel quale Coleridge possa aver letto, prima del 1816, il sogno di Kublai.(2) Più affascinanti sono le ipotesi che trascendono il razionale. Per esempio, è dato supporre che l’anima dell’imperatore, distrutto il palazzo, sia penetrata nell’anima di Coleridge, affinche’ questi lo ricostruisse in parole, più durevoli dei marmi e dei metalli. Il primo sogno aggiunse alla realtà un palazzo; il secondo, che avvenne cinque secoli dopo, un poema (o inizio di poema) suggerito da un palazzo; la somiglianza dei sogni lascia intravedere un piano; il periodo enorme rivela un esecutore sovrumano. Indagare il proposito di codesto essere immortale o longevo sarebbe, forse, non meno arrischiato che inutile, ma è lecito sospettare che egli non l’abbia portato a termine. Nel 1691, il Gerbillon, della Compagnia di Gesù, accertò che del palazzo di Kublai Khan non restavano che rovine; del poema sappiamo che si salvarono soltanto cinquanta versi. Tali fatti permettono di immaginare che la serie dei sogni e delle costruzioni non abbia toccato il suo fine. Al primo sognatore fu concessa nella notte la visione del palazzo, che poi costruì; al secondo, che non seppe del sogno dell’altro, il poema sul palazzo. Se lo schema non viene meno, un lettore di Kubla Khan sognerà, una notte dalla quale ci separano i secoli, un marmo o una musica. Quell’uomo non saprà che altri due sognarono; forse la serie dei sogni non ha fine, forse la chiave sta nell’ultimo. Scritto quanto precede, intravedo o credo di intravedere un’altra spiegazione. Forse un archetipo non ancora rivelato agli uomini, un oggetto eterno (per usare la nomenclatura di Whitehead), sta entrando gradatamente nel mondo; la sua prima manifestazione fu il palazzo; la seconda il poema. Chi li avesse paragonati avrebbe visto ch’erano essenzialmente uguali.

Traduzione dallo spagnolo di Francesco Tentori Montaldo

(1) Al principio del secolo XIX o alla fine del XVIII, giudicato da lettori di gusto classico, Kubla Khan appariva ben piu’ bizzarro che non ora. Nel 1884, il primo biografo di Coleridge, Traill, poteva ancora scrivere: “Lo stravagante poema onirico Kubla Khan è poco più di una curiosità psicologica”.

(2) Si veda John Livingston Lowes, The road to Xanadu, 1927, pp. 358, 585.

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Jung e l’Oriente- I Mandala

I Mandala di Carl Gustav Jung

L’archetipo del mandala

“Mandala”, termine derivato da una parola in Sanscrito che significa “cerchio”. Il cerchio delimita uno spazio che rappresenta l’esteriorizzazione del proprio psichismo (sintesi della manifestazione spaziale).  Carl Gustav Jung scrisse quattro saggi sui Mandala, i disegni rituali buddisti e induisti, dopo averli studiati per oltre venti anni. La presenza dei mandala è rintracciabile in ambito indo-buddhistico nel Tibet lamaistico, nell’induismo tantrico, nel buddhismo Vajrayana tibetano, negli Indiani Navaho, negli indiani del Sud-Ovest (America). Sono chiamati mandala non solo le figure circolari ma anche le forme concentriche tipo: quadrati, triangoli, eccetera, purché rimangano presenti le caratteristiche principali: ovvero un centro dal quale l’energia viene emanata e una proiezione nello spazio-tempo. Il Sé nell’ottica junghiana diviene il punto di riferimento essenziale quale esempio di ciò che di meglio si può trovare nella natura umana, è quindi l’archetipo centrale o l’archetipo dell’ordine, attraverso il quale può sorgere il confronto e la rivalutazione della propria persona.

Per comprendere l’interpretazione mandalica di Jung occorre riferirsi ai concetti di “inconscio collettivo” e  di archetipo. Jung accoglie la nozione freudiana di inconscio, ma la modifica notevolmente. Egli riconosce l’esistenza di un inconscio individuale, che contiene i materiali repressi o rimossi di origine infantile, emergenti nel sogno o nella nevrosi, ma precisa come esso costituisca solo un aspetto della struttura di fondo della psiche, la quale, oltre a contenere la coscienza e l’inconscio individuale, ospita anche l’inconscio collettivo. Gli archetipi, come l’inconscio collettivo, di cui costituiscono la sostanza, presentano tre caratteristiche peculiari: l’universalità, l’impersonalità e l’ereditarietà.

Se l’inconscio personale consiste soprattutto in «complessi a tonalità affettiva», a cui è affidata l’intimità personale della vita psichica, il contenuto dell’inconscio collettivo è formato, invece, da archetipi. La loro presenza è ricorrente, per esempio, nei sogni, dove si manifestano spesso contenuti non individuali e non ricavabili dall’esperienza personale del sognante. Per ciò che concerne quest’ultima, occorre ricordare che Jung considera la mente «un prodotto storico alla stessa stregua del corpo in cui si trova ad esistere»(L’uomo e i suoi simboli), e spiega che essa «si è sviluppata fino alla sua fase attuale di consapevolezza nello stesso modo in cui la ghianda si viene trasformando in quercia o i sauri sono diventati progressivamente mammiferi. Essa si è venuta sviluppando per un lunghissimo arco di tempo e continua tutt’ora a svilupparsi»(L’uomo e i suoi simboli).

Secondo Jung, durante i periodi di tensione psichica, figure mandaliche possono apparire spontaneamente nei sogni per portare o indicare la possibilità di un ordine interiore. Il simbolo del mandala, quindi, non è solo un’affascinante forma espressiva ma, agendo a ritroso, esercita anche un’azione sull’autore del disegno perché in questo simbolo si nasconde un effetto magico molto antico: l’immagine ha lo scopo di tracciare un magico solco intorno al centro, un recinto sacro della personalità più intima, un cerchio protettivo che evita la “dispersione” e tiene lontane le preoccupazioni provocate dall’esterno. Nelle filosofie orientali il “mandala” viene utilizzato come mezzo per la meditazione e tramite la sua costruzione o inserimento, l’uomo libera lo spirito, purifica l’anima, entra in comunione con tutte le forze positive presenti nel cosmo.

Oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico. Come afferma Marie-Louise Von Franz (allieva di Jung), il secondo aspetto è ancora più importante del primo ma non lo contraddice poiché, nella maggior parte dei casi, ciò che vale a restaurare il vecchio ordine, comporta simultaneamente qualche nuovo elemento creativo.

Nel mandala personale il centro è l’uomo stesso che si deve purificare, trasformando le forze negative che porta dentro. Nel mandala vengono espulse tutte le energie negative attraverso la meditazione, la presa di coscienza e la conoscenza del proprio Sé che avviene durante il processo di costruzione del mandala stesso. Mentre costruisce il mandala, dall’esterno verso l’interno, l’uomo si concentra, si individualizza, esegue quella ricerca interiore indispensabile perché si verifichi la catarsi, la purificazione.

Cambiamento radicale che lo porterà alla trasformazione totale, tanto da considerare il vissuto quale trapasso da uno stato antico e inadatto ad uno nuovo e attuale. Una morte simbolica seguita da una nascita ad un livello superiore.

La pratica del mandala persegue tre scopi: centrare, guarire, crescere. Centrare significa cogliere l’essenziale, valutare lo scopo prioritario dei valori della vita. Per guarire, si intende l’espellere i turbamenti, le forze perturbatrici, la malattia. Per crescere si intende il proiettarsi verso una nuova dimensione, verso la meta della catarsi.

Il paziente deve disegnare e colorare, secondo la sua immaginazione, una figura circolare. L’unica informazione che deve essere data al paziente è che lo spazio interno del cerchio rappresenta il suo “Io” e che deve essere colorato partendo dal centro.

Da questo disegno si possono trarre interessanti conclusioni osservando la forma del cerchio: se tracciato in modo nitido o tremolante, e analizzando i colori usati per tinteggiare l’interno.

La stessa costruzione e colorazione del cerchio hanno anche un fine terapeutico, tanto da creare una liberazione nel soggetto. In questo caso però il paziente deve sapere a priori che il simbolo porterà ad una graduale organizzazione e presa di coscienza del suo “Io”.

Nel cerchio l’uomo ritrova quelle forze che ha smarrito o che non ricorda di possedere. La forma circolare è il simbolo dal quale tutto è nato. Tramite il cerchio l’uomo può ricercare se stesso, protetto nello stesso tempo da ogni attacco esterno. Al riparo, nella tranquillità, riesce a scorgere il punto centrale, la fonte dalla quale scaturiscono tutte le energie e comprende il significato del proprio valore umano e nello stesso tempo divino.

Nei tempi passati gli sciamani curavano utilizzando proprio il mandala. Lo sciamano tracciava un cerchio nella sabbia e poi, con l’aiuto di alcuni assistenti tracciava simboli e figure utilizzando argille di diverso colore. In certi casi l’operazione durava anche qualche giorno. Il momento più importante della cerimonia si aveva quando si faceva sedere il malato nel centro del cerchio. Lo sciamano prelevava un pugno di sabbia dal cerchio e lo strofinava sul capo del paziente, specialmente nella zona interessata dal male, accompagnando il rituale con canzoni e formule magiche, per attirare l’attenzione degli spiriti benigni. Al termine del rito il paziente distruggeva il mandala con il suo corpo; il male veniva allontanato e in molti casi la malattia era immediatamente debellata.

Con il susseguirsi delle varie azioni rituali, nello sciamano si verificava una forte concentrazione psichica che alimentava la suggestione già presente dall’inizio della costruzione del mandala. Questa concentrazione psichica raggiungeva anche l’ammalato.

La distruzione del mandala era il culmine dell’evento del transfert uomo-figura: il male passava al mandala e tramite il mandala veniva annullato.

Al centro del mandala risiede il Sé, quale entità totale e completa.

Il Sé posto al centro dello spazio mandalico per Jung assume il valore di archetipo, indicando una preforma concettuale ereditata nel tempo dagli uomini che ci hanno preceduti.

L’archetipo quale sintesi conciliante, quale “simbolo unificatore” che riunisce, aggrega ciò che per altre vie rimarrebbe “scollato”, e tale riunificazione non può che avvenire su un piano più sottile e superiore, ecco perché Jung assegna alle figurazioni archetipiche la funzione trascendente.

I contrari si uniscono intimamente per annullarsi su un piano che li trascende ambedue, ecco il compito principale delle figure mandaliche, secondo il pensiero junghiano.

Jung studiò per oltre quattordici anni le figure mandaliche e giunse alla conclusione che si trattava sicuramente di archetipi collettivi, proprio per la regolarità e ripetitività dell’uso nelle varie epoche e culture.

Queste figure sono portatrici di caratteristiche comuni: presentano un centro verso il quale tutto il sistema figurativo è orientato, sono delimitati da un cerchio o da un poligono; altre volte le figure geometriche sono sostituite da figure che le rappresentano quali la raggiera di petali di un fiore, una croce, una ruota.

Per Jung i mandala, quali figure ordinate, sia nell’antichità che nei tempi moderni, rappresentano l’estetica e l’ordine, il bisogno ancestrale del ritrovare la dimensione spirituale, il senso mistico dell’esistere: l’uomo quale essere posto tra il cielo e la terra che anela alla sintesi tra i due mondi. L’ordine quale realizzazione di sintesi tra ciò che lasciato alla propria forza si disporrebbe caoticamente e che invece guidato dal bisogno della crescita interiore si organizza pur mantenendo la propria diversità individuale dalle singole parti componenti. Accordo e armonia diventano sinonimi dell’ordine. La constatazione empirica che queste immagini compaiono spontaneamente in situazioni di disorientamento psichico, è interpretata come una sorta di «tentativo di guarigione da parte della natura stessa»(Gli archetipi e l’inconscio collettivo), sforzo che non deriva da una riflessione cosciente, ma da un impulso istintivo.

L’accordo permette di sinergizzare e integrare ciò che isolato varrebbe poco o nulla. Parti diverse, addirittura in molti casi apparentemente opposte, si coniugano in uno sposalizio che li supera, completandoli e trascendendoli. La comparsa spontanea di raffigurazioni mandaliche, laddove sia percepita la necessità di ricondurre la propria percezione della realtà fisica e psichica a un ordine armonico, definisce la natura del mandala, non solo simbolo del sé, ma anche archetipo di individuazione e, cioè, immagine di quel processo sintetico teso a integrare l’inconscio alla coscienza.

Secondo Jung l’archetipo del mandala è rappresentabile simbolicamente da un cerchio contenente una disposizione simmetrica figurale del numero quattro e dei suoi multipli. Ogni altra figura che si allontani dal cerchio o dal numero base che è il quattro, viene definita quale “mandala turbato”.

“Il simbolo mandala è un fatto psichico autonomo, che si distingue per una fenomenologia che si ripete sempre ed è identica in ogni luogo. E’ una specie di nucleo atomico, di cui però non conosciamo ancora l’intima struttura e l’ultimo significato”. (Jung, 1950).

Jung chiama il processo di presa di coscienza “individuazione” che diventa il mezzo con il quale ognuno può impartire un nuovo impulso per orientarsi verso un cammino che lo porterà ad una visuale più ampia, nella quale scorgerà ciò che da se stesso deve essere allontanato.

“Ogni più alto stato di coscienza è condizione di una visione del mondo. Ogni coscienza di basi e di intenti è, in germe, una visione del mondo. Ogni progresso nell’esperienza e nella conoscenza significa un passo ulteriore nello sviluppo della visione del mondo. Modificando l’immagine che egli si crea del mondo, l’uomo pensante modifica anche se stesso. L’uomo il cui Sole gira attorno alla Terra è diverso da quello cui la Terra è satellite del Sole”. (Jung, 1950, ed. Einaudi, Torino, 1959).

La lettura di un mandala, che coincide, dunque, con il processo di individuazione junghiano, implica la partecipazione alla sistole e alla diastole dell’universo, preludio alla palingenesi dell’individuo.

Bibliografia

K. Vatsyayan, The Square and the Circe of the Indian Arts, Roli Books International, New Delhi 1983.

S. Kramrisch, Il tempio indù, Luni, Milano 1999.

G. Tucci, Teoria e pratica del mandala, Ubaldini, Roma 1969.

C.G.Jung, L’uomo e i suoi simboli (Man and HIs Symbols, 1964, con Joseph L. Henderson, Marie-Louise von Franz, Aniela Jaffé, e Jolande Jacobi), a cura di John Freeman, trad. di Roberto Tettucci, Roma: Casini, 1967; Milano: Longanesi, 1967; Milano: Raffaello Cortina, 1983; Milano: Mondadori, 1984; Milano: Tea, 1991.

C.G.Jung, Il mistero del fiore d’oro o Il segreto del fiore d’oro (Das Geheimnis der goldenen Blüte, a cura di, con Richard Wilhelm), trad. di Mario Gabrieli, Bari: Laterza, 1936; trad. di Augusto Vitale e Maria Anna Massimello, Torino: Boringhieri, 1981; con saggio introduttivo di Augusto Romano, ivi, 2001.

C. G. Jung, La simbolica dello spirito, Einaudi, Torino 1975.

C. G. Jung, Aion: ricerche sul simbolismo del sé, Bollati Boringhieri, Torino 1982,.

C.G.Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo (1934-54), trad. di Elena Schanzer e Antonio Vitolo, Bollati Boringhieri, Torino 1977.

C. G. Jung, Psicologia e Alchimia (Psychologie und Alchemie, 1935 Eranos Jarbuch), trad. di Roberto Bazlen, Astrolabio, Roma 1949; trad. riveduta da Lisa Baruffi, Bollati Boringhieri, Torino 1972.

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