Letteratura ebraica contemporanea: David Grossman, Vedi alla voce: amore (Ayen erekh—ahavah), 1986,

David Grossman, Vedi alla voce: amore, tr. it. di G. Sciloni, prefazione di Paolo Mauri, 1988 (1986, Ayen erekh—ahavah), Einaudi, Torino 1999, 2003 e 2007

Il libro

«L’arbitrio di una forza esterna che irrompe con violenza nella vita di un uomo, di un’anima, è il tema ricorrente in quasi ogni mio libro. In Vedi alla voce: amore era il nazismo». Con queste parole David Grossman fornisce la chiave di lettura di un romanzo complesso, di rara intensità, che ha come argomento l’olocausto. Nella prefazione, Paolo Mauri scrive: «L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione (ben diversa dalla fredda documentazione che, per esempio, si può vedere oggi in quelli che furono i lager) è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore. […] Il secondo filone, [è] quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla». In questo filone «la Cosa viene esplorata nella facce della gente, nelle parole: anch’esse così normali da far più orrore di un mostro vero e proprio; viene ricostruita nei ricordi dei superstiti (vittime e assassini), anch’essi così comuni e pieni – parlo delle vittime – di dolore e di lacrime da far pensare: ma come è potuto accadere così normalmente

Vedi alla voce: amore appartiene certamente a questo secondo filone. Il romanzo è articolato in quattro grandi sezioni: nella prima si approfondisce il rapporto fra l’olocausto, come vissuto dai superstiti, e l’infanzia, i “figli dell’olocausto”. Nelle sezioni successive, il protagonista della prima sezione, il bambino Shlomo-Momik, cresciuto ricostruisce il pensiero di un grande scrittore ebreo da lui particolarmente ammirato-amato, Bruno Schulz, e poi, attraverso i racconti del nonno, a sua volta scrittore di fiabe per l’infanzia, si interroga sul senso e lo svolgersi dell’arbitrio della forza esterna rappresentata dal nazismo che, nel suo irrompere con violenza, condiziona e corrompe la vita dell’uomo: dell’uomo vittima, dell’uomo assassino, dell’uomo testimone, dell’uomo come espressione vivente dell’anima: l’olocausto.

Il romanzo è un un viaggio fantastico nell’immane tragedia dell’Olocausto rivissuta attraverso la sensibilità dei protagonisti. Un mondo segnato dal dolore e dalla distruzione che cerca di reinventare con la forza dell’immaginazione la realtà della vita. “Vedi alla voce: amore racconta di una storia perduta, andata in frantumi. Molti personaggi sono alla ricerca di un racconto, spesso di una fiaba, perché, raccontandola ancora, possano tornare alla vita. Non vogliono raccontare una storia da bambini per ingenuità – in loro non c’è più innocenza – bensì per mantenere la propria umanità e forse un pizzico di nobiltà. Per credere nella possibilità di essere bambini in questo mondo e porsi così di fronte al cinismo assoluto. Raccontando quella storia con gli occhi di un bambino possono raccogliere brandelli di identità e ricomporre i cocci di un mondo distrutto…” (David Grossman)

L’autore

David Grossman, (Gerusalemme, 1954), è uno scrittore e saggista israeliano. È autore di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, i cui libri sono stati tradotti in numerose lingue.

Grossman ha studiato filosofia e teatro all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ha lavorato come corrispondente e come attore radiofonico per la radio Kol Israel, il servizio radiofonico di stato israeliano ed è stato uno dei presentatori del programma hatul be-saq, “Gatto nel sacco”), un programma per bambini trasmesso dal 1970 al 1984. Nello stesso programma fu trasmesso, sotto forma di dramma radiofonico, il suo libro Il duello. Insieme a Dani Eldar, ha condotto la popolare serie radiofonica Stutz (in Yiddish: “che può accadere”). Nel 1984 ha vinto il Premio del Primo Ministro per il Lavoro Creativo.

David Grossman è considerato tra i più grandi scrittori e romanzieri contemporanei, noto per il suo stile semplice ed avvincente. Il vento giallo, il suo efficace saggio sulla popolazione palestinese nei territori occupati dagli israeliani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, è stato accolto con calore all’estero e ha innescato dibattiti e polemiche nel suo paese.

Tra i suoi libri di maggior successo vanno ricordati Qualcuno con cui correre e Ci sono bambini a zig zag, storie che se lette superficialmente possono sembrare destinate ad un pubblico di giovanissimi, sebbene tocchino temi profondi e universali.

Di forma decisamente più sperimentale sono invece altri romanzi, come Che tu sia per me il coltello o Vedi alla voce: amore; quest’ultimo in particolare, considerato il suo capolavoro, è un’opera dalla complessa architettura e dalla grande originalità stilistica, che attraverso mezzi espressivi inusuali, salti temporali, viaggi fantastici e personaggi singolari, racconta la Shoah vista dagli occhi e dalla fantasia di un bambino figlio di sopravvissuti.

Come gran parte degli israeliani, Grossman ha sostenuto Israele durante la guerra israelo-libanese del 2006, ma il 10 agosto 2006, insieme agli autori Amos Oz e Abraham Yehoshua, ha parlato durante una conferenza stampa chiedendo al governo di trovare un accordo per un cessate il fuoco come base per negoziati che portassero a una soluzione concordata, definendo ulteriori azioni militari come “pericolose e controproducenti” ed esprimendo preoccupazione per il governo libanese.

Due giorni dopo, suo figlio Uri, di 20 anni, militare di leva nella guerra in questione, è stato ucciso da un missile anticarro durante un’operazione delle Forze di Difesa Israeliane nel sud del Libano volta a massimizzare quanto ottenuto contro Hezbollah poco prima del cessate il fuoco imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Bibliografia

Narrativa

Il duello, tr. it. di Daria Merlo, illustrazioni di Alessandro Sanna, a cura di Mirella Zocchi, 2001 (1982, Du-krav)

Il sorriso dell’agnello, tr. it. di Gaio Sciloni, 1994 (Hiyukh ha-gedi)

Vedi alla voce: amore, tr. it. di G. Sciloni, prefazione di Paolo Mauri, 1988 (1986, Ayen erekh—ahavah)

Il giardino d’infanzia di Riki, tr. it. di Gabriella Steindler Moscati, 1990 (1988, teatro)

Il libro della grammatica interiore, tr. it. di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal, 1992 (Sefer ha-dikduk ha-penimi)

Ci sono bambini a zig-zag, tr. it. di S. Kaminski e E. Loewenthal, 1996 (Yesh yeladim zigzag)

Che tu sia per me il coltello, tr. it. di Alessandra Shomroni, 1999 (She-tihyi li ha-sakin)

Qualcuno con cui correre, tr. it. di A. Shomroni, 2002 (Mishehu laruts ito)

L’uomo che corre, tr. it. di Alessandro Guetta, Milano: Leonardo, 1994 poi Mondadori 2002 (1983, Ratz)

Col corpo capisco, tr. it. di A. Shomroni, 2004 (2003 Ba-guf ani mevinah: tsemed novelot)

A un cerbiatto somiglia il mio amore, tr. it. di A. Shomroni, 2009 (2008, Isha borachat mibsora)

Libri per bambini

Le avventure di Itamar, tr. it. di Giorgio Voghera, illustrazioni di Federico Maggioni, 1991

Un milione di anni fa, tr. it. di Angela Ragusa, illustrazioni di Lee Joung Mee, 1998 e illustrazioni di Giulia Orecchia, 2010

Un bambino e il suo papà, tr. it. di E. Loewenthal e G. Voghera, illustrazioni di Barbara Nascimbeni, 1999

Buonanotte giraffa, tr. it. di Daria Merlo, illustrazioni di Katja Gehrmann, 2001

Itamar va a caccia di sogni, tr. it. di E. Loewenthal, illustrazioni di Manuela Santini, 2001 (1990, Itamar Tzayad Hachalomot)

Itamar passeggia sulle pareti, tr. it. di E. Loewenthal, 2001 (1986)

Itamar e il cappello magico, tr. it. di E. Loewenthal, illustrazioni di Barbara Nascimbeni, 2005 (1992, Itamar Ve-Kova Ha-Ksamim Ha-Shahor)

Itamar il grande, a cura di Monica Floreale, Torino: Einaudi, 2007

La lingua speciale di Uri, tr. it. e adattamento di Bianca Pitzorno, illustrazioni di Manuela Santini, 2007 (1990, Ha-Safah Ha-Miuhedet Shel Uri)

Ruti vuole dormire e altre storie, tr. it. di Alessandro Shomroni, Milano: Mondadori 2010

Saggi

La guerra che non si può vincere: cronache dal conflitto tra israeliani e palestinesi, a cura di Efrat Lev, tr. it. di A. Shomroni, 1984

Il vento giallo, tr. it. di G. Sciloni, 1988 (1987, Zeman ha-tsahov)

Un popolo invisibile. I palestinesi d’Israele, tr. it. di Sarah Kaminski e Elena Loewenthal, 1993 (1992, Nokhehim Nifkadim)

Non possiamo ancora parlare di conciliazione, per il cinquantenario della liberazione di Auschwitz: che cosa significa questa giornata per i successori delle vittime e per gli eredi dei colpevoli?, 1995 tradotto dalla prima pagina di die Zeit, n. 5, 27 gennaio 1995

La memoria della Shoah (intervista di Mattero Bellinelli), Bellinzona: Casagrande, 2000

Il miele del leone: il mito di Sansone, tr. it. di A. Shomroni, Rizzoli, 2005 (2005, Dvash arayiot)

L’anima di Israele, spunti per una riflessione: eulogia funebre per il figlio Uri, Milano: Ponte azzurro, 2006

Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra, tr. it. di Elena Loewenthal e Alessandra Shomroni, 2007

Costruire ponti per la pace: una conversazione con Gad Lerner e un’antologia di testi, Casale Monferrato: Sonda,

Il linguaggio del singolo e il linguaggio della massa: in apertura del “Festival internazionale di letteratura” di Berlino, Firenze: Regione Toscana, 2008


Letteratura ebraica contemporanea: Abraham B. Yehoshua, L’amante (Ha-Meahev), (1977)

Abraham B. Yehoshua, L’amante (Ha-Meahev), (1977), tr. A. Baehr, Einaudi (Super ET), Torino 2005

Il libro

Lo stile di questo scrittore non si lascia definire in modo univoco; al contrario, da un romanzo all’altro Yehoshua adotta modalità narrative diverse. Dal racconto ininterrotto in terza persona, senza dialogo, al dialogo “con una voce sottintesa”; dall’identificazione dei diversi capitoli con i punti di vista di altrettanti personaggi, alla narrazione in prima persona, fino alla costruzione bipartita, a “duetto”, come recita il sottotitolo del romanzo più recente, Fuoco amico, lo scrittore opera una notevole varietà di scelte stilistiche. Non viene meno tuttavia la coerenza di un linguaggio curato, ricco, capace di dar vita a descrizioni di alta espressività o ad approfondimenti psicologici molto intensi.
Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scena de L’amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L’autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na’im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l’amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell’amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l’impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto.

Primo episodio della “Trilogia d’amore e di guerra”, L’amante è un romanzo complesso ma leggibilissimo. Usando la tecnica del fuoco multiplo, l’autore alterna continuamente il punto di vista di Adam, padre e marito; della figlia Dafi, che vive in un mondo suo, in cui il più grande conflitto è quello con gli insegnanti; e infine di Na’im, un ragazzino arabo che nel suo duplice rapporto con Adam e con Dafi ha il compito di rappresentare materialmente le difficoltà della comunicazione tra arabi ed ebrei, una comunicazione a ben vedere ostacolata da una quantità enorme di pregiudizi e luoghi comuni da sfatare, uno dopo l’altro. Attraverso questi tre personaggi fondamentali l’autore narra la storia, mostrando più volte la stessa scena dai tre punti di vista differenti. A questi si aggiungono i ricorrenti sogni di Asya, la moglie di Adam, che aspetta, silenziosa, il ritorno del suo amante; Gabriel, che, non a caso, non parla mai per voce diretta, ma le sue parole vengono sempre filtrate dal punto di vista di Adam; Vaduccia, la nonna di Gabriel, uno dei punti di vista più interessanti, specie per la sperimentazione stilistica nella prima parte del romanzo, quando comincia ad uscire lentamente dal coma e a riprendere consapevolezza di sé.
Memorabile la scena dell’”entrata in guerra” di Gabriel – l’amante – un pezzo di bravura che rovescia l’epica dell’eroismo in un viaggio a ritroso dalla prima linea alle retrovie.

L’autore

Abraham Yehoshua

Abraham “Boolie” Yehoshua (Gerusalemme, 1936) è uno scrittore e drammaturgo israeliano.

Nato a Gerusalemme nel 1936 in una famiglia d’origine sefardita, vive ad Haifa nella cui università insegna Letteratura comparata e Letteratura ebraica. Suo padre, Yaakov Yehoshua, era uno storico, specializzato nella storia di Gerusalemme; sua madre, Malka Rosilio, era giunta dal Marocco nel 1932. Dopo aver servito nell’esercito dal 1954 al 1957, Yehoshua ha studiato alla scuola Tikhonaime si è laureato in Letteratura ebraica e Filosofia all’Università Ebraica di Gerusalemme. Ha avuto incarichi come professore esterno nelle Università Harvard, di Chicago e di Princeton.

Ha vissuto a Parigi per quattro anni, dal 1963 al 1967 e lì ha insegnato. A Parigi ha ricoperto anche l’incarico di Segretario Generale dell’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Inizialmente autore di racconti e opere teatrali, ha conosciuto il successo coi suoi romanzi ed attualmente è lo scrittore israeliano più noto. Cominciò a pubblicare le sue prime opere subito dopo aver concluso il servizio di leva militare, e venne poi consacrato a essere punta di diamante del Nuovo Movimento degli scrittori israeliani (in inglese Israeli New Wave). Le sue opere sono state tradotte in ventidue lingue. In Italia è stato scoperto dalla Casa editrice Giuntina per poi essere pubblicato da Einaudi.

Bibliografia

Romanzi

L’amante (Ha-Meahev) 1977

Un divorzio tardivo (Gerushim Meuharim) 1982

Cinque stagioni (Molcho) 1987

Tutti i racconti (Kol Ha-Sipurim) 1993

Ritorno dall’India (Ha Shiva Me-Hodu)1994

Il signor Mani (Mar Mani) 1990

Viaggio alla fine del millennio (Masah El Sof Ha-Elef) 1997

La sposa liberata (in realtà, La sposa liberatrice, Ha-Kala Ha-Meshachreret) 2001

Il responsabile delle risorse umane (Shlihuto shel ha-memune al mashave enosh) 2004

Fuoco amico (Esh yeddidotit) 2007

La scena perduta (Hessed sfaradì) 2011

Saggi

Elogio della normalità 1991

Diario di una pace fredda (Articoli) 1996

Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare 1996

Il potere terribile di una piccola colpa. Etica e letteratura 2000

Il labirinto dell’identità 2009

Opere teatrali

Una notte di maggio (Layla Be-May) 1975

Possesso (Hafatzim) 1986

Bambini della notte (Tinokot Ha-Layla) 1992

Saggi critici sull’opera di Yehoshua

Luca Alvino, Una guerra non santa, in “Nuovi Argomenti”, num. 52, ottobre-dicembre 2010

Luca Alvino, Responsabilità, poesia e feticismo in Abraham B. Yehoshua, in “451″, num. 4, marzo 2011

Nathan P. Devir, Sexuality, Confrontation and Religiosity: The Aesthetics of Israeli Society in The Lover of A. B. Yehoshua, in “Rivista di Letterature Moderne e Comparate”, 2002 Apr-June

Emanuela Trevisan Semi, Morte del senso e senso della morte nel primo racconto di A. B. Yehoshua, Firenze, Giuntina, 1989

Emanuela Trevisan Semi, Leggere Yehoshua, Atti del Convegno “Sguardi incrociati su A.B. Yehoshua” (Venezia 2005). Torino, Einaudi, 2006

Abraham B. Yehoshua, Il lettore allo specchio: sul romanzo e la scrittura, Torino, Einaudi 2003

Abraham B. Yehoshua, Il cuore del mondo intervista di Matteo Bellinelli. – Bellinzona, Casagrande, 2000


Letteratura araba contemporanea: Maram al-Masri, “Ti minaccio con una colomba bianca. Poesia” (1984)

Maram al-Masri, “Ti minaccio con una colomba bianca. Poesia.” (1984), edito in Italia da Liberodiscrivere edizioni, Genova 2008.

 

 

Maram al-Masri, مرام المصري (Latakia, 2 agosto 1962), è una poetessa e scrittrice siriana.

Vive a Parigi dal 1982 ed è autrice di quattro raccolte di poesie:

“Una abitante della Terra” in “Ti minaccio con una colomba bianca” (Damasco, ed. Ministero dell’Educazione, 1984)

“Ciliegia rossa su piastrella bianca” (Tunisi, ed. L’or du temps, 1997)

“Ti guardo” (Beirut, ed. La società della Stampa per la Distribuzione e la Pubblicazione, 2000)

“Il ritorno di Wallada” (Granada, ed. Universidad de Granada, 2007)

 

 

“Ho faticato molto

per conquistare il tuo cuore,

solo

per

dormire in lui.

 

Io, che

ho stretto in pugno un bottone

e ho legato il mio destino…

con un sorriso”

 

Maram al-Masri, “Ti minaccio con una colomba bianca. Poesia.” (1984), edito in Italia da Liberodiscrivere edizioni, Genova 2008. p.21.


Letteratura ebraica contemporanea- Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra” (2002)

Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”  (2002), tr. Elena Loewenthal, Feltrinelli, 2003.

L’autore

 

 

Amos Oz, nato Amos Klausner (Gerusalemme, 4 maggio 1939), è uno scrittore e saggista israeliano.

Il nome vero di Amos Oz (in ebraico עמוס עוז‎) è Amos Klausner. Oltre ad essere autore di romanzi e saggi, Oz è giornalista e docente di letteratura alla Università Ben Gurion del Negev, a Be’er Sheva. Sin dal 1967 è un autorevole sostenitore della “soluzione dei due stati” del conflitto arabo-israeliano.

 

Il libro

 

 

Nel suo romanzo autobiografico, “Una storia di amore e di tenebra”, Oz racconta, attraverso la storia della sua famiglia, le vicende storiche del nascente Stato di Israele dalla fine del protettorato britannico: la guerra di indipendenza, gli attacchi terroristici dei feddayn, la vita nei kibbutz. Nella vita dello scrittore è stato determinante il suicidio della madre, avvenuto quando il piccolo Amos aveva appena dodici anni. L’elaborazione del dolore si sviluppa ben presto in un contrasto con il padre, un intellettuale vicino alla destra ebraica. Il contrasto padre-figlio portò alla decisione del ragazzo di entrare nel kibbutz Hulda e di cambiare il cognome originario”Klausner” in “Oz”, che in ebraico significa “forza”.


Profilo di letteratura araba contemporanea

Caratteri generali

Volendo tracciare un profilo di letteratura araba contemporanea converrà puntare lo sguardo soprattutto sul panorama emerso nel secondo dopoguerra. In questo contesto si producono le esperienze più significative.

All’indomani della Seconda guerra mondiale con i suoi sconvolgimenti di esperienze e idee, si produce nel Mondo arabo una maggior coscienza politica e sociale, specie fra le giovani generazioni, che inevitabilmente si riflette nella produzione letteraria. Si assiste a una vera esplosione di talenti, di giovani autori, soprattutto in Egitto e in Iràq. Poi in Siria, Libano, Tunisia, Algeria.

Due fenomeni intervengono poi a influenzare decisamente i giovani scrittori: uno di carattere strettamente letterario ed è la crescente importanza acquisita dalla prosa che nei paesi arabi maggiormente influenzati dalla cultura occidentale riesce a prevalere quantitativamente sulla poesia, da sempre il genere letterario principe della letteratura araba; il secondo fatto, traumatico per la società e la cultura araba, è la cosiddetta nakba, la catastrofe, e cioè fondazione dello stato d’Israele, con la sconfitta degli eserciti arabi e l’occupazione di Gerusalemme. Nasce la questione palestinese e di conseguenza la àdab al-muqàwama, la letteratura della resistenza, che non interessa soltanto i letterati palestinesi, ma che ha dei riscontri in tutte le letterature dei Paesi arabi.

Nelle opere di questo periodo si avverte un’ansia di ricerca di una propria identità letteraria, con cambiamenti nello stile e nel linguaggio che si fa più semplice e diretto. Il letterato pone maggior cura nell’analisi e nell’esposizione delle proprie emozioni e dei sentimenti più reconditi. E se negli anni Cinquanta vediamo accentuarsi il realismo già manifestatosi fra le due Guerre mondiali, successivamente si nota una generale propensione per il simbolismo, fenomeno che si accentuerà dopo la nakba, la sconfitta nella guerra del giugno 1967 col sentimento d’impotenza e di frustrazione seguitone e che rafforzò il vincolo comune tra i palestinesi e il resto del Mondo arabo. L’”impegno” in letteratura diviene la regola generale, impegno sociale che può essere contestazione del potere dominante, ma anche dei pregiudizi sociali e culturali sedimentati nella mentalità della gente. Da qui lo stretto legame tra letteratura e politica presente nella produzione letteraria di quasi tutti i Paesi arabi, fatta eccezione per quelli della Penisola araba dove le condizioni politico-culturali non sono ancora mature per favorire un tal fenomeno.

Nel contempo si rileva ovunque una presa di coscienza del valore delle tradizioni letterarie, sia scritte che orali, in un rinnovato interesse per i temi e i motivi della millenaria cultura del passato e per una sua adeguata rivalutazione, spesso in contrapposizione alla cultura occidentale.

Dal punto di vista linguistico permane il problema della diglossia che concerne ormai anche la letteratura. Da decenni parecchi autori usano la loro lingua viva, almeno nei dialoghi delle loro opere, specie di carattere realistico. Ma la sacralità della lingua classica (fasìha) impedisce ai singoli dialetti di assurgere a dignità letteraria, e una rimane la lingua scritta, “dall’Oceano al Golfo”, senza sostanziali differenze morfologiche con la lingua classica, così come sono limitate le innovazioni sul piano sintattico. Tuttavia la fraseologia e la stilistica sono decisamente mutate, e se testimoniano da un lato il travagliato rinnovamento del Mondo arabo contemporaneo, dall’altro portano impressi i segni di un’innegabile influenza europea, chiaramente riconoscibile nei molti neologismi e modernismi.

L’Egitto continua a mantenere il ruolo di paese-guida sul piano culturale e a produrre il maggior volume di opere letterarie. Buona l’attività editoriale negli altri paesi, specie in Siria, in Iràq, ma anche nel Màghreb. Si muove anche la Penisola araba, grande centro della tradizione. E malgrado la grave situazione interna venutasi a creare dal 1975 pure il Libano mantiene la propria importante posizione culturale ed editoriale.

La poesia

La poesia, l’arte letteraria per eccellenza fra gli Arabi, che agli inizi del secolo, ispirandosi a modelli occidentali, aveva iniziato il suo rinnovamento con la scuola “siro-americana” del màhgiar (l’emigrazione siro-libanese nelle Americhe), abbandona progressivamente, dopo quindici secoli, la classica forma della qasida (poema) quantitativa e monorima, per sfociare nel verso libero (al-shi`r al-hurr, la poesia libera), a partire dall’Iràq negli anni Cinquanta con la scuola lirica guidata dalla poetessa Nàzik al-Malà’ika (1923) e da Badr Shàkir al-Sayyàb (1926-1964), influenzati dalla poesia inglese (T.S. Eliot) e proseguendo coi siro-libanesi tra cui Salàh Làbaki (1906) e Adonìs (1930)(v.v.) dove si nota l’influenza del simbolismo francese.

Adonis

Nel 1957 Adonìs e Yùsuf al-Khal (1917-1986) fondavano la rivista Shi`r (Poesia), che raccoglieva giovani poeti dai temperamenti e dai talenti più disparati, ma uniti dalla volontà di trasformare l’arabo poetico e di trovare, tanto nel dramma arabo che in quello personale, una fonte da cui trar colore, forma e vigore. Per una decina d’anni la rivista fu tribuna del verso libero e proscenio della poesia occidentale in traduzione, motivo d’ispirazione e di dibattito di cui si sarebbero nutriti i poeti successivi. Le tematiche sono ispirate dall’alienazione, dal disordine interiore e dall’angoscia esistenziale determinata dalla vita moderna, dalle condizioni socio-politiche, dagli infausti eventi della storia recente.

Copertina dell’edizione italiana di “Il fiammifero è in mano mia e le vostre piccole nazioni sono di carta” di Nizàr Qabbàni

Fra le personalità poetiche dell’area vicino-orientale spicca il siriano Nizàr Qabbàni (1928-2000?), uno dei più popolari poeti arabi viventi, famoso per le sue liriche d’amore. Dopo la sconfitta del 1967, colpito dal dramma palestinese, la sua diventa poesia “di lotta”, pur senza rinnegare completamente i temi precedenti. Vi è l’iracheno `Abd al-Wahhàb al-Bayyàti (1926), “impegnato” e dallo stile ironico con puntate sul fantastico; il libanese Sa`ìd `Aql (1912), caposcuola del simbolismo; il vate curdo Baland Hàydari (1926), seguace dell’estetismo, poi dell’esistenzialismo e del surrealismo; e ancora i siriani Sulaymàn al-`Isà (1922), cantore del partito Ba`th e della tragedia palestinese, e `Ali al-Giundi (1928), romantico dagli accenti mistici che canta la tristezza, la solitudine, la morte.

Componente fondamentale della poesia araba contemporanea è quella nata in Palestina dopo la disfatta del 1967. Prima di quel fatale spartiacque storico la letteratura palestinese non aveva superato i propri confini geografici, ma la tragedia stimola la produzione letteraria che si arricchisce di nuovi temi: l’angoscia esistenziale, la nostalgia della patria perduta, l’esilio, ma anche la speranza e il desiderio di riscossa.

Fadwa Tuqan

I poeti per primi levano la loro voce per far conoscere il dramma del loro popolo: Fadwa Tuqàn (1918), forse la più celebre poetessa araba vivente che passando dai metri quantitativi classici al verso libero canta via via la sua liberazione dalla “prigione domestica”, l’amore, l’amor patrio. L’affianca la triade poetica palestinese: Darwìsh, al-Qàsim, Zayyàd. Mahmùd Darwìsh (1941)(v.v.), impegnato nella lotta politica e autore di liriche in cui sublima a mito le cose più semplici della vita del suo popolo. Samìh al-Qàsim (1939), di origine drusa, esprime il senso d’ineluttabilità del destino. Tawfìq Zayyàd, più anziano dei suoi due compagni, dallo stile semplice, popolare, ma più che mai moderno. Non manca naturalmente chi continua con la qasida metrica: Mahdi al-Giawàhiri (1903-?), vigoroso simbolista e gloria nazionale dell’Iràq, affronta argomenti politici e sociali; il siriano `Omar Abu Risha (1910-?), autore di tragedie e di lunghe epopee storiche. Nella tradizione si mantiene la maggior parte dei poeti della Penisola araba.

In Egitto la moderna poesia nata in Iràq e in Libano trova sulle prime delle resistenze. Pioniere fra i suoi difensori Salàh `Abd al-Sabbùr (1931), di raffinata cultura occidentale, dal realismo sociale influenzato da esperienze mistiche espresse anche in alcune sue opere drammatiche. `Abd al-Mu`ti Higiàzi (1935), militante socialista di origini contadine, tratta le miserie del popolo e i drammi del fellah inurbato. Muhàmmad al-Faytùri (1930), originario del Sudan e di sangue nero, canta il suo amore per l’Africa e la lotta contro il razzismo. Nel Sudan eccelle `Abdallah al-Tàyyib (1921), che dopo un’esperienza sulla scia dei movimenti poetici inglesi, scopre la sua vera natura tornando alla tradizione più antica e difficile. In Libia incontriamo `Ali Sidqi `Abd al-Qàdir (1924), capofila del rinnovamento letterario, che ha pubblicato versi di ispirazione politica, amorosa ed esistenziale, assieme a Muhàmmad al-Mahdi (1943), fautore del verso libero.

Il Màghreb vede ancora in atto la campagna di ta`rib, il recupero della lingua nazionale, specie in letteratura, in quanto un cospicuo numero di letterati si trova ancora a proprio agio col francese, più che con l’arabo, pur rimanendo arabi nel profondo e intrinsecamente araba sia la loro letteratura. Il più noto lirico algerino, Màlek Haddàd (1927), ha combattuto i colonialisti poetando nella loro lingua. Muhàmmad Dib (1920), altro algerino, residente in Francia, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua attività feconda e varia di poeta e di romanziere. Fra i poeti marocchini, quasi sempre bilingui con prevalenza per quelli d’espressione francese, si fa notare `Azìz Lahbàbi (1922), fondatore dell’Unione degli scrittori del Màghreb e della rivista Afàq, per le sue raccolte, oltre che per la sua attività di romanziere e saggista. Altro poeta e romanziere è `Abdellatìf Làabi [`Abd al-Latif La`abi] (1942), noto per il carattere di denuncia politica e sociale delle sue opere, fondatore della rivista letteraria Souffles (pubblicata anche in arabo: Anfàs) che ha dato alla letteratura maghrebina un impulso al rinnovamento di cui sta ora raccogliendo i frutti a livello internazionale.

La prosa

La prosa è il genere letterario che mostra lo sviluppo maggiore, anche se forse meno evidente e rapido della rivoluzione attuata nella poesia neoaraba, mancando nel passato chiari riferimenti di confronto per quanto attiene al moderno racconto breve, al romanzo, all’opera teatrale, come invece quella ha nella poesia tradizionale. Quest’ultimo periodo vede il genere ormai maturo per competere sull’agone internazionale valicando i confini del Mondo arabo. La tecnica e lo stile sono inequivocabilmente prole dell’occidente e il processo di emancipazione dai lacci della retorica è ormai completo. Come pure l’uso della similitudine e della metafora si adegua ai canoni moderni. Ma innegabilmente arabi rimangono lo spirito, il sentimento, l’ispirazione. Gli scrittori tendono a rivolgersi alla più ampia fascia di lettori, inclusi quelli di scarsa scolarità. Si preferiscono la semplicità e la chiarezza. L’arabo letterario si avvicina al colloquiale, ma senza le idiosincrasie regionali di vocabolario e sintassi e senza urtare le regole della grammatica classica, salvo a volte nel dialogo.

Come ha primeggiato nel campo della moderna poesia l’Iràq compete con l’Egitto anche sul piano della narrativa, soprattutto riguardo la qissa qasira, il racconto breve, che vede un gruppo di narratori di talento esprimere la loro inquietudinee interiore e denunciare le ingiustizie sociali. `Abd al-Màlik Nuri (1921), realista e poi esistenzialista, con lingua raffinata e tecnica originale s’interessa dei diseredati e delle creature più umili. Fu’àd Tàkarli (1927), tratteggia, in un’atmosfera di violenza e angoscia, la vita disperata dei contadini iracheni. Di più recente notorietà è `Abd al-Rahmàn Magìd al-Rubày`i (1939), autore di romanzi e racconti di carattere sociale in una lingua letteraria ricca di spunti innovativi.

In Siria, al realismo degli anni Cinquanta seguono nuove forme d’espressione meno esplicite. La situazione politica più restrittiva, seguita alla fondazione della Repubblica Araba Unita con l’Egitto, induce alla metafora e al simbolo che intervengono a mascherare il pensiero dello scrittore. E il malessere sociale, dopo esser stato ampiamente descritto, è come fatto oggetto di un’analisi interiore. Rispetto ai contemporanei narratori egiziani si nota un minor ricorso al dialetto nei dialoghi. L’esponente più in vista è Hànna Mina (1924), autore di numerosi romanzi e alcune raccolte di racconti di carattere sociale e autobiografico in cui denuncia la società classista, fattore di deformazione dei sentimenti e dei rapporti umani. Monumento nazionale è `Abd al-Salàm al-`Ugiàyli (1918), medico, ex-ministro, romanziere e saggista, felice combinazione di romanticismo e realismo. Nella narrativa di Fàris Zarzùr (1922-?) passiamo ad un crudele realismo dalle risonanze kafkiane, mentre nei surrealistici racconti di Zakariyya Tàmir (1931) entriamo in un universo da incubo dominato dalla violenza e dall’ingiustizia, in cui dilagano i tabù e gli appetiti di una società malata. In campo femminile, dove con diversi toni si tratta della condizione della donna e dei suoi rapporti con l’uomo e la società, fra le numerose esponenti siriane degne di nota vi è Colette Khuri (1937) e soprattutto Ghada al-Sammàn (1942), che piange la tragedia libanese e rappresenta l’uomo e la donna insieme, vittime della società. La sua opera complessiva, impregnata di sensibilità politica, sociale e di rivolta esistenziale, annuncia una nuova letteratura femminile araba. Il Libano, sconvolto dalla guerra, tarda ad accostare nomi nuovi accanto a Suhàyl Idrìs (1923), romanziere, fondatore nel 1953 della rivista letteraria al-Adab, a Layla Ba`àlbaki (1928), dai romanzi di denuncia sociale, e soprattutto al grande Mikha’ìl Nu`àyma (1889-1987)(v.v.).

Se per la Giordania val la pena di citare l’opera narrativa di `Isà al-Na`ùri (1918-1985), famoso anche per la sua attività italianistica, per la Palestina il nome e l’opera di Ghassàn Kanafàni (1936-1972)(v.v.) sarebbero sufficienti a darle lustro nel genere. Esponente di primo piano della letteratura della resistenza egli ha contribuito al mantenimento dell’identità culturale tra i palestinesi della diaspora. Gli si affiancano Giabra Ibrahìm Giabra (1919), romanziere, poeta e critico, e Emile Habìbi (1922), dalla scrittura ricca e complessa vivacizzata da spunti di sottile ironia. Nella Penisola araba la notorietà dei prosatori comincia da poco a superare quell’ambito geografico.

Dove invece il genere narrativo moderno arabo ha raggiunto i massimi livelli è in terra d’Egitto. Qui, nel lontano 1914, esso aveva avuto i propri natali col romanzo Zàynab di Muhàmmad Husàyn Hàykal (1888-1956) e nel 1988 ha visto assegnare il Nobel per la letteratura al suo esponente più prestigioso Nagìb Mahfùz (1911-2006):

Nagìb Mahfùz

Attivo dal 1934, questo realista pittore di costumi e di caratteri, autore di autentici documenti storici – nella sua celebre Trilogia troviamo la storia dell’Egitto dalla rivoluzione del 1919 al 1942 – ha saputo tratteggiare l’angoscia dell’uomo moderno, sottoposto all’implacabile trascorrere del Tempo, forse il vero protagonista della sua opera. Un maestro del racconto egiziano è Yùsuf Idrìs (1927). Polemista, ha descritto i vizi e le tare degli individui e della società, con un uso appropriato e salace dell’arabo colloquiale, drammatico ma non privo di senso del humour.

Fra i giovani novellisti un posto di riguardo spetta a Giamàl al-Ghitàni (1945), portavoce di una “generazione della rivoluzione” che si sente tradita e vuol gridare la propria sofferenza, l’amarezza e l’angoscia, ma che sa reagire e confidare i propri sogni e le proprie speranze. Gli si accosta Magìd Tùbiya (1938), incline alla descrizione realista e all’annotazione psicologica sublimate da un’intenzione simbolica. In campo femminile in primo piano troviamo Nawwàl al-Sa`dàwi (1932)(v.v.), psicologa, romanziera, femminista. Nella sua narrativa e nei suoi saggi denuncia l’atteggiamento prevaricatore dell’uomo nei confronti della donna araba. In Sudan il romanziere al-Tàyyib Sàlih (1929)(v.v.) ci presenta i fatti dolorosi e tragici del giovane arabo emigrato in occidente e i drammi del suo ritorno sulle rive del Nilo. In Tunisia uno degli autori più rappresentativi è Béchir Khraïef [Bashìr Khuràyf] (1917), romanziere e novellista, dotato d’un senso acuto dello spirito popolare è pure apprezzato per il suo uso particolare della lingua parlata nei dialoghi. Muhammad Rachad Hamzaoui [M. Rashàd Hamzàwi] (1934), romanziere e drammaturgo, con stile realistico denuncia la dura vita dei contadini. Fra le scrittrici va citata `Arusìyyia al-Nalùti (1950), di origine algerina, che con linguaggio fantasioso racconta di incomunicabilità, silenzi, solitudini, angosce, desideri frustrati. In Algeria la moderna narrativa s’impernia su due assi: quello del passato, sulla guerra di liberazione e i relativi valori, e il presente, in cui si analizza la situazione dell’uomo-individuo nella città, la sua alienazione e perplessità di fronte a una società in rapido cambiamento. Capofila degli autori d’espressione araba è Abdelhamid Benhadouga [`Abd al-Hamìd Ben Haddùqa] (1925), che esamina le ripercussioni sociali e psicologiche della guerra di liberazione). Ben più nutrito è il “fronte” francese. In primo piano c’è Kateb Yacine [Kàtib Yasìn] (1929), romanziere, poeta, drammaturgo. Da notare anche Rachid Boudjedra [Rashìd Bu Giadra] (1941), narratore, poeta e saggista, che attacca la tradizione, il perbenismo borghese, il potere politico reo d’aver tradito gli ideali rivoluzionari. Assia Djebar [Asiya Giabbàr] (1936), romanziera delle questioni che travagliano il paese, è l’esponente più conosciuta fra le scrittrici.

Anche in Marocco abbiamo gli “arabi” e i “francesi”.

Del primo gruppo fa parte tra gli altri Muhàmmad Zafzàf, fra gli innovatori del linguaggio e della struttura narrativa. Di recente notorietà anche in Europa è Muhammad Choukri [M. Shukri] (1935), romanziere che con una scrittura apparentemente fredda, documentaria, dà lo spaccato tenero e sanguinoso del Marocco alle soglie dell’indipendenza politica.

Muhammad Choukri

In francese invece scrive l’astro della contemporanea narrativa del paese, quel Tahar Ben Jelloun [al-Tàhir Ben Giallùn, 1944](v.v.), psichiatra e romanziere, che con la laurea al Goncourt 1987 ha visto la propria notorietà diffondersi in Europa quale portavoce di tutta la cultura maghrebina. Romanziere e drammaturgo attento ai problemi delle classi povere è Driss Chraïbi [Idrìs Shuràybi] (1926), che denuncia tanto i pregiudizi della tradizione quanto la supina accettazione dei valori occidentali.

Il teatro

Il teatro, genere nuovo nella cultura araba essendovi entrato alla fine del secolo scorso, ha visto, a partire dall’Egitto, un sempre crescente fervor d’opere. Dopo i promotori del primo movimento della drammaturgia araba: Tawfìq al-Hakìm (1898-1987) e Nu`màn `Ashùr, vi si cimenta con successo Yusùf Idrìs, citato come romanziere. La Siria ha in Sa`d Allah Wannùs (1941-1997), il suo più rappresentativo esponente, sia per le tecniche d’avanguardia impiegate che per i contenuti volti a un’opera di demistificazione e disillusione con la rilettura della Storia alla luce di una nuova coscienza. In Tunisia si evidenzia Ezzedine Madani [`Izz al-Din al-Màdani], con opere d’ispirazione storica. L’Algeria ha nel citato romanziere Kàteb Yacìne anche un interessante drammaturgo, mentre il marocchino Driss Chraïbi, anch’egli citato, alterna l’attività di romanziere con quella di autore teatrale di successo.

La saggistica

Il saggio nella moderna letteratura araba, che qualcuno ha acutamente visto come una riuscita sintesi tra la tradizionale risala (l’epistola o trattatello medievale di vario contenuto) e il francese essai o inglese essay, si diffonde nella prima metà di questo secolo con Manfalùti, Taha Husàyn, Nu`àyma e al-`Aqqàd, tra gli altri. Nella seconda metà, fra i saggisti arabi di valore si ricorda il citato italianista giordano `Isà al-Na`ùri, ancora l’eclettico egiziano Yùsuf Idrìs, lo stesso Adonìs che nell’ultimo periodo ha privilegiato quest’attività rispetto alla poesia e lo storico marocchino Abdallah Laroui [`Abd Allah al-`Arwi] (1933).

Val la pena di rilevare infine il crescente interesse per la letteratura araba, soprattutto contemporanea, da parte di sempre più vasti strati dell’opinione pubblica occidentale, che si sta finalmente emancipando dagli schemi e critico stereotipati delle Mille e una notte e dai preconcetti che hanno condizionato, fino ad epoche recenti, la conoscenza dell’argomento.

A cura della Sezione di Arabistica dell’Università Ca’ Foscari di Venezia


Ritratti di scrittori arabi: Adonis (`Ali Ahmad Sa`id Esber)

ADONÌS, pseudonimo di `Ali Ahmad Sa`id Esber, poeta e critico siriano, naturalizzato libanese (Qassabìn 1930). Dopo gli studi primari e secondari a Tartùs e a Latakìa studia all’Università di Damasco dove nel 1954 consegue il diploma in filosofia. Nel 1956 si trasferisce in Libano ottenendone ben presto la cittadinanza e risiedendovi fino al 1985. Pur avendo già da prima dimostrato il suo talento lirico è qui che si definisce la sua personalità poetica dalla doppia inquietudine, metafisica e sociale, dalla scrittura estremamente pura. Nel 1957, con Yusef al-Khal, fonda la rivista Shi`r (Poesia) che lascerà un segno profondo nella poesia araba contemporanea sulla strada della sua emancipazione dalle forme rigide di una tradizione che, pur bella, non corrispondeva più alle esigenze dei giovani poeti. Adonis, che s’era cimentato con successo nella poesia tradizionale, nelle nuove forme manifesta il suo genio, ispirato sia dal passato della propria lingua quanto dalle suggestioni della poesia occidentale. Nel frattempo si dedica all’insegnamento e al giornalismo. Nel 1968 fonda la rivista Mawaqif (Situazioni), vera tribuna d’espressione indipendente da qualsiasi regime, punto d’incontro privilegiato della cultura araba con le altre culture. Nel 1973 consegue il dottorato in Lettere all’università St. Joseph. Fra le sue raccolte: Agani Mihyar al-dimashqi (Canzoni di Mihyar il damasceno) del 1961, Kitab al-tahawwulat wa-al-higra fi aqalim al-layl wa-al-nahar (Libro delle trasformazioni e dell’emigrazione nelle regioni della notte e del giorno) del 1969, al-Masrah wa-al-miraya (Il teatro e lo specchio) del 1970, al-Qasa’id al-khams taly-ha al-mutabaqat wa-al-awa’il (I cinque poemi seguiti dalle analogie e dai primi) del 1980. Negli ultimi anni la sua attività di teorico e critico della letteratura, assieme a quella di traduttore, han prevalso su quella di poeta. Attualmente vive in Francia “non in esilio, ma da poeta che si sente a casa propria ovunque poiché egli abita la propria lingua e la propria poesia”.

Traduzioni in italiano delle opere  

 

Poesia

Poesie in: Adonis-Zach Natan, Poesie (1993, Quasar, Gemina)

Desiderio che avanza nelle mappe della materia (1997, San Marco dei Giustiniani, Quaderni di poesia)

Nella pietra e nel vento (1999, Mesogea, La grande)

Memoria del vento (2002, TEA, Poeti del nostro tempo – 2005, Guanda, Fenice contemporanea)

Cento poesie d’amore (2003, Guanda, Fenice contemporanea)

Libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte (2004, Mondadori, Lo specchio)

In onore del chiaro e dello scuro (2005, Archivi del ’900, A mano libera)

Alberi (2007, Manni Editori, quaderno in 999 copie numerate fuori commercio)

Saggistica

Introduzione alla poesia araba (1992, Marietti, Biblioteca arabo-islamica)

La preghiera e la spada (2002, Guanda, Biblioteca della fenice)

La musica della balena azzurra (2005, Guanda, Biblioteca della fenice)

Oceano nero (2006, Guanda, Biblioteca della fenice)

Beirut. La non-città (2007, Milano, Medusa Edizioni)

Teatro

Alberi adagiati sulla luce in: Adonis-Giorgio Amitrano-Tiziano Scarpa, Alberi adagiati sulla luce – Chie-Chan e io – L’inseguitore (2008, Feltrinelli)

Reportage fotografico

con Gianni Limonta: Oro incenso & Siria (2005, Mondadori, Illustrati)

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Letterature medio-oriente- Yasmina Khadra (Mohammed Moulessehoul), Le sirene di Baghdad (Les Sirènes de Bagdad) (2006)

Yasmina Khadra (Mohammed Moulessehoul), Le sirene di Baghdad (Les Sirènes de Bagdad) (2006), trad. Marco Bellini, Mondadori, Milano 2007.

 

 

Mohammed Moulessehoul, meglio noto con lo pseudonimo femminile di Yasmina Khadra (in arabo ياسمينة خضراء‎) (10 gennaio 1955), è uno scrittore algerino.

Membro dell’esercito fu testimone diretto della sanguinosa guerra civile che devastò l’Algeria per oltre un decennio, fu costretto per motivi di censura a usare lo pseudonimo femminile di Yasmina Khadra.

Ha esordito come scrittore nel 1998 con il romanzo Morituri, seguito poco dopo da Doppio bianco, che lo hanno fatto conoscere prima in Francia, dove si è autoesiliato, e poi in tutto il mondo. Il genere utilizzato è di stampo poliziesco, ma il suo è solo un pretesto per penetrare nei meandri della società algerina, sempre in bilico tra un fondamentalismo feroce e una classe politica altrettanto spietata, dimentica da tempo dei valori della rivoluzione indipendentista che l’ha generata.

 

Le sirene di Bagdad

 

 

Tutto è pacifico e tranquillo nel minuscolo villaggio di Kafr Karam, dove tutti si conoscono e sono uniti tra loro da legami di sangue. Non è certo il paradiso, ma gli abitanti sanno trarre pienamente profitto da ogni istante, sforzandosi di restare ai margini della guerra che sta devastando la non lontanissima Baghdad. Ma la sfortuna, sotto forma di un missile, si sta per abbattere sul villaggio, su una sala per le feste dove si sta celebrando un matrimonio. Davanti a questa catastrofe e al terribile spettacolo dei corpi mutilati, gli abitanti restano scioccati e quasi inebetiti. Si aspettano delle spiegazioni dall’autorità americana, qualche segno di attenzione e di riconoscimento per la tragedia che li ha colpiti. Ma prima gli americani si limitano a delle scuse formali per un episodio per loro nel complesso banale in tempo di guerra, poi mandano dei loro soldati nel villaggio perché sospettano che ci siano delle armi nascoste. Tutte le case vengono perquisite brutalmente e un giovane beduino di 20 anni è costretto ad assistere allo spettacolo della feroce umiliazione pubblica del padre a opera delle truppe USA. Dopo questo disonore, il giovane sa di non potere più guardare in faccia il padre: i tabù sono stati violati e l’unico obiettivo è ora vendicare questa offesa. Parte per unirsi alla resistenza a Baghdad, ma una volta giunto nella capitale resta ben presto deluso dalla guerra più civile che di resistenza che vi si sta svolgendo.


Letteratura araba contemporanea: Adonis, Il libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte

Adonis, Il libro delle metamorfosi e della migrazione nelle regioni del giorno e della notte, traduzione di Fawzi Al Delmi, Mondadori (Lo Specchio), Milano 2004

Il libro

Il Libro delle metamorfosi è una delle opere maggiori di Adonis, il più grande poeta arabo contemporaneo. La bellezza dei versi emerge ad apertura di pagina per la meraviglia delle immagini, per l’intreccio di metafore che Adonis riesce ad allestire.
Il poeta lavora partendo da elementi che fanno parte della storia arabo-islamica e sono simboli della cultura araba classica, di cui è anche un grande studioso e interprete. Ciò che affascina in un libro in cui Adonis riesce a leggere il presente attraverso la storia e i miti del passato, è il farsi natura del soggetto, del corpo umano nel corpo della natura.

L’autore

ADONÌS o Adunis è lo pseudonimo di `Ali Ahmad Sa`id Esber  (Qassabīn, 1 gennaio 1930) è un poeta e critico siriano, naturalizzato libanese.

Dopo gli studi primari e secondari a Tartùs e a Latakìa studia all’Università di Damasco dove nel 1954 consegue il diploma in filosofia. Nel 1956 si trasferisce in Libano ottenendone ben presto la cittadinanza e risiedendovi fino al 1985. Pur avendo già da prima dimostrato il suo talento lirico è qui che si definisce la sua personalità poetica dalla doppia inquietudine, metafisica e sociale, dalla scrittura estremamente pura. Nel 1957, con Yusef al-Khal, fonda la rivista Shi`r (Poesia) che lascerà un segno profondo nella poesia araba contemporanea sulla strada della sua emancipazione dalle forme rigide di una tradizione che, pur bella, non corrispondeva più alle esigenze dei giovani poeti. Adonis, che s’era cimentato con successo nella poesia tradizionale, nelle nuove forme manifesta il suo genio, ispirato sia dal passato della propria lingua quanto dalle suggestioni della poesia occidentale. Nel frattempo si dedica all’insegnamento e al giornalismo. Nel 1968 fonda la rivista Mawaqif (Situazioni), vera tribuna d’espressione indipendente da qualsiasi regime, punto d’incontro privilegiato della cultura araba con le altre culture. Nel 1973 consegue il dottorato in Lettere all’università St. Joseph.

Negli ultimi anni la sua attività di teorico e critico della letteratura, assieme a quella di traduttore, han prevalso su quella di poeta. Attualmente vive in Francia “non in esilio, ma da poeta che si sente a casa propria ovunque poiché egli abita la propria lingua e la propria poesia”.

L’opera di Adonis è stata tradotta in molte lingue. Tra le più significative raccolte poetiche si segnalano: Qālat al-Ard (1952; Disse la terra), Aghānī Mihyār ad-Dīmashqi, (1961; I canti di Mihyār al-Dimashqi), Kitab al-tahawwulat wa-al-higra fi aqalim al-layl wa-al-nahar (Libro delle trasformazioni e dell’emigrazione nelle regioni della notte e del giorno) del 1969, al-Masrah wa-al-miraya (Il teatro e lo specchio) del 1970, Qabr min ajal New York (1971; Una tomba per New York), al-Qasa’id al-khams taly-ha al-mutabaqat wa-al-awa’il (I cinque poemi seguiti dalle analogie e dai primi) del 1980, Kitāb al-Hisār (1986; Il libro dell’assedio), Introduzione alla poetica araba (1992), Poesie (1993), Sijjil (2000), Mūsīqā al-hūt al-azraq (2005; La musica della balena azzurra), al-Muhīt al-aswad (2006, L’oceano nero).

Nel 1995 ha vinto il Prix Méditerranée per Soleils seconds, (Ed. Mercure de France).

In Italia gli è stato assegnato nel 1999 il Premio Nonino per la poesia. Nel 2000 gli è conferito il Premio Lerici Pea per l’Opera Poetica.  È stato più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura.

Nel 2011 ha vinto il Premio Goethe.


Letterature medio-oriente: Tahar Ben Jelloun, “Partire” (2007)

Tahar Ben Jelloun, “Partire” (2007), Bompiani, Milano 2007.

Tahar Ben Jelloun

 

Il fondo del tè alla menta diventa nero nelle lunghe ore trascorse a sorseggiare e ad aspettare sul lungomare di Tangeri. È in quell’ozio senza tempo che Azel, vent’anni e una laurea, insegue il sogno di una vita migliore. Di là dal mare, nelle serate in cui la calura e l’umidità hanno ceduto il passo alla frescura e al cielo limpido, s’intravedono le luci della costa spagnola, fiammelle di libertà, di benessere, lavoro, speranza.

Ma tutto ciò ha un costo che per Azel non sarà quello di pagare lo scafista, di aver tradito la propria famiglia, la città, il suo Paese, di lasciarsi alle spalle attese e sentimenti ma di dover cedere il suo corpo, di dover accettare il ricatto sessuale del suo protettore spagnolo. Miguel gli darà lavoro, gli promette fortuna, ma è anche innamorato di lui. Lo vuole, nasce un rapporto omosessuale, come dire unilaterale.

Un prezzo particolare, speciale, ma comunque un prezzo come un altro che l’immigrato, il clandestino è costretto a pagare alla ricerca di una felicità che quasi sempre non arriverà, anzi si scontrerà con la selettività dell’Europa ricca, con la violenza degli uomini, la discriminazione, la separatezza, la «reclusione» nei quartieri ghetto delle metropoli. Quando va bene.


Letterature medio-oriente: Orhan Pamuk, “Neve” (2002)

Orhan Pamuk, “Neve” (2002), pubblicato in Italia da Einaudi, 2004. Orhan Pamuk, scrittore turco, è Premio Nobel per la Letteratura 2006.

Nella città di Kars, al confine tra Turchia, Armenia e Georgia, alcune giovani ragazze si sono uccise, a quanto sembra perché costrette a togliersi il velo nelle aule dell’università. Il poeta Ka, esule turco in Germania, inviato a Kars per un reportage, inizia a indagare, tormentato dal confronto tra Occidente e Islam. Intanto la neve, indifferente alle passioni umane, continua a cadere.
Investita da una tormenta di neve, la città è un miscuglio di etnie e fazioni politiche. Ci sono turchi, curdi, georgiani, nazionalisti laici e integralisti religiosi. C’è la polizia segreta, c’è l’esercito e ci sono i terroristi islamici. Ka inizia la sua indagine, mentre la neve continua a cadere e le strade vengono chiuse. Kars è isolata. In città, Ka rivede dopo diversi anni Ipek, una compagna di università molto bella. Ka se ne innamora e sogna di portarla con sé in Germania. Per realizzare questo sogno, farà di tutto. La situazione precipita quando una compagnia di teatro mette in scena un dramma degli anni Venti, scritto in sostegno della laicità dello Stato fondato da Atatürk, dove una donna, coraggiosamente, brucia il chador in pubblico. Durante lo spettacolo alcuni giovani del liceo religioso inscenano una protesta. E la serata finisce nel sangue. Ka viene coinvolto suo malgrado. È uno spettatore imparziale, ma molto confuso. Non sa nemmeno rispondere alla domanda: credi in Dio? Sostiene che a Kars ha ritrovato Allah, ma poi l’unica cosa che gli interessa è la ricerca, molto occidentale, della felicità. Il dilemma di Ka ruota intorno al confronto tra Occidente e Islam.


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